giovedì 31 agosto 2017

Il Gardellino musicale



... e se l'osservare gli altranimali ci funzionasse come volano, come spinta, per diventare completamente umani (grazie alla nostra attitudine specifica alla imitazione)?




per esempio: gli umani hanno imparato a fare musica ascoltando il canto degli uccelli?


mercoledì 30 agosto 2017

Felice Cimatti a Torino - GLI ANIMALI NON CI GUARDANO - io sono un cinico




L'animalità è ormai una questione filosofica ufficiale - importante, significativa, portatrice di discorsi, propositrice di azioni -  anche in Italia. Non stai qui a riassumere i come e i perché della sua finalmente raggiunta dignità e attenzione. Sei convinto però che sia una fortuna, che era ora che accadesse, perché l'animalità - in breve - ha a che fare col futuro. Per qualcuno è l'unica questione filosofica davvero pregnante in questo XXI secolo.

L'animalità l'anno scorso fece il suo ingresso in società a Torino Spiritualità; hai bei ricordi di quei giorni, trascorsi tra conferenze e viali torinesi. Prendesti molti appunti, sono ancora quasi tutti 'nascosti' in file audio dello ipad; scattasti molte foto, sono quasi tutte pubblicate sul blog; prendesti molti libri, di quasi tutti devi ancora provare a scrivere.

Ma adesso torniamo agli appunti. Hai potuto seguire poche conferenze, a dire la verità. Ma quelle poche, hai cercato di sceglierle per scoprire nuovi contenuti, e per imparare. Le correnti filosofiche che orbitano intorno alla animalità, o meglio che ne compongono la nube semantica, si intrecciano, si intersecano, collidono, si inseguono, si confrontano; oppure si concretizzano in azioni, attività, buone pratiche, percorsi, azioni e progetti.

L'animalità è pluralità e non può non esserlo.

Con Felice Cimatti e questa sua conferenza sugli animali che (non) ci guardano, ti sei entusiasmato, hai scoperto spunti (che non sono esenti da critiche e possono lasciare anche perplessità) che consideri molto interessanti- anche se non tutto lo condividi.

Perciò, già diversi mesi fa, hai 'sbobinato' (oggi è un termine che non ha più senso, visto che si tratta di ascoltare frame audio: si potrà scrivere, allora 'S-frameare', o 'deframeare'?) l'intera conferenza. Alla maniera dello studente universitario che una volta eri. Nudi e crudi. Senza rielaborazioni né riscritture, a parte minime punteggiature e correzioni di errori di battitura. Avresti voluto scriverli in un discorso compiuto, un riportato delle parole del filosofo. Non lo hai mai fatto, né a questo punto mai lo farai; credi però che questi appunti, questi frammenti, abbiano di per se stessi un loro valore, una loro forza comunicativa. E in questa veste - quasi come se fossero frammenti ritrovati di antichi filosofi greci; la qual cosa, magari, piacerebbe allo stesso Cimatti, come escamotage retorico - li proponi qui.  (con tutto l'impegno  e il tempo serviti per trascriverli!).

Hai aggiunto immagini, coerenti col testo. Hai corretto gli errori di battitura, quelli che sei riuscito a trovare. E basta. Buona lettura.



torino, 25 settembre 2016
felice cimatti
torino spiritualità
gli animali non ci guardano

aperte virgolette:
"Perché mi occupo di questo tema, cioè della animalità.
Insegno filosofia del linguaggio all'Università della Calabria

Sono arrivato a occuparmi di questioni di animalità proprio partendo dal linguaggio. Cercando di fare un confronto. (uno) Studio più generale del  modo di essere al mondo degli animali non umani: mente-corpo.

il tema della A è un tema molto più ampio che non soltanto una visione specifica dei comportamenti degli animali o dei diritti degli animali. Al punto che io credo che sia uno dei grandi temi di riflessione della filosofia del nuovo millennio, uno dei temi decisivi.

io non sono un animalista, non sono un attivista, ho grande stima e ammirazione e parteggio per loro, per le loro buone ragioni: animalisti, vegani, bersaglio ipotetico di ogni dibattito mediatico.

a me interessa il tema della animalità in un senso più ampio ancora, come se fosse un tema per vedere dall'altro lato le categorie della filosofia.

la filosofia, tutta la filosofia, in un certo senso, ha un impensato, una premessa che non mette mai in discussione: e cioè la nostra posizione.

leggete qualunque testo, filosofia, poesia, letteratura, una tradizione antichissima, dove la  nostra posizione non viene mai messa in discussione.
ci sono persone che amano gli animali, (San Francesco, i fioretti, il lupo, per ammansirlo, per caninizzarlo). Non c'è mai un atteggiamento nei confronti dell'animalità, in cui l'animalità funzionasse veramente come qualcosa di radicalmente diverso da noi, e che mette in crisi le nostre categorie.

allora, a me interessa il tema dell'animalità come se fosse l'altra faccia della filosofia.
è per me una specie di macchina mentale: ogni volta che leggo una affermazione filosofica, provo a leggerla dal punto di vista dell'animale non umano: una affermazione su dio, la conoscenza, l'etica.

e mi pongo la domanda: va bene, questo vale per gli umani, ma per un virus? per uno scarafaggio? per una foglia? questa operazione è come se mi costringesse ogni volta a cambiare punto di vista e almeno per me è molto utile, è strabiliante vedere come cambiano i problemi se li vediamo attraverso questa torsione.

quindi per me il concetto  dell'animalità è più ampio della questione dei loro diritti o del concetto di animali. Se si prende veramente in considerazione il tema del'animalità, è difficile continuare a fare filosofia come sempre si è fatta. è difficile continuare a vivere come abbiamo vissuto e come faremo e faranno quelli che verranno dopo di me.

allora, prendere in considerazione l'animalità vuol dire fare questa torsione: vedere il mondo da un altro punto di vista.
sono veramente pochi quelli che hanno fatto questa torsione, pochissimi.

uno ad esempio è Kafka, geniale e spesso travisato, i suoi racconti con insetti, topi, altri animali considerati schifosi: nei suoi racconti non servono mai come allegorie di qualcos altro, sono proprio animali. Kafka vuole farci vedere il mondo in un altro modo, metterci dall'altro punto di vista.

ora, io credo che il concetto di animalità abbia esattamente questa funzione: è uno straordinario e potentissimo mezzo per pensare, è molto più ampio, però, del tema specifico degli animali.

gli animali non ci guardano
c'è molta retorica sugli sguardi reciproci e l'amicizia reciproca tra umani e animali. sul fatto che ci guardano che ci amano, che noi siamo amici loro e loro amici nostri.
con eccezione di cani e gatti, non è vero. cani e gatti sono animali inventati dagli umani, viventi selezionati per guardarci.
gli altri animali non ci guardano, o se ci guardano, ci guardano come un altro pezzo di mondo o qualcuno di cui hanno paura. spesso gli animali ci guardano con preoccupazione - perché hanno anche buone ragioni per guardarci con preoccupazione!
comunque, se arriviamo noi, gli animali capiscono che devono andarsene. poi ancora, gli animali non ci guardano: tutti gli esempi che ci vengono in mente sono facili, scontati. (con un / c'è un) pregiudizio (a favore di): cani, gatti, scimmie. (e mammiferi)

i miliardi di specie non mammiferi: gli insetti, i pesci o quelli che non hanno forma simile alla nostra.
se ci guardano, ci guardano con preoccupazione o con disinteresse, per quel momento in cui ci guardano - siamo un pezzo di mondo, come qualunque altro pezzo.

dal nostro punto di vista, invece, siamo sempre convinti che gli animali siano contentissimi di stare con noi, non vedono l'ora di stare con noi, sono i nostri migliori amici.

siamo sicuri dei loro pensieri e desideri e bisogni e preoccupazioni? siamo entrati nella loro mente?
gli animali domestici sono animali costruiti per stare con noi. il caso del cane ha prove paleontologiche, esistiamo insieme, ci siamo selezionati a vicenda (Marchesini). abbiamo selezionato quelli capaci di stare con noi, e viceversa. è una costruzione sociale, co-evolutiva. (di) perspicacia canina sui nostri comportamenti. quelli aggressivi, bizzarri, strani, indipendenti, non li vogliamo con noi,  li mettiamo da parte per costruire razze da guerra, ecc

quindi il cane e il gatto non sono buoni esempi come animali.
addomesticato, spesso castrato, mansueto per definzione.

l'altra faccia della faccenda: siamo noi invece a fissare gli animali. siamo noi che guardiamo noi, con occhi ammirati, stupiti, invidiosi.  questo è un punto interessante: c'è una grandissima invidia da parte nostra nei confronti degli animali.

perché il mammifero homo osserva gli animali. scrittori, libri, letteratura, documentari, film, musica, arte sugli animali. gli animali non passano tutto il loro tempo a osservarci. perché questa asimmetria?
perché abbiamo necessità di essere guardati, anche solo da un gatto, mentre il gatto, del nostro sguardo, sembra non avere alcun bisogno. (?)
(Derrida): tiene conto di quello sguardo e si vergogna. si chiede : questo gatto chi è?  tutto può intendersi in modo completamente diverso, se si considera quello sguardo.

nessuno fa retorica sullo sguardo animale.
l'ape rispetto a noi, ci guarda?

tre parti

1 gabbie: U - gabbia - A

2 sguardi

3 un modo di estendere (?) un mondo in cui teniamo conto del disinteresse degli animali.
(cinico Diogene)
cinismo: la più disprezzata e disprezzabile delle filosofie.
cinico: vivere come un cane; perciò la parola è diventata insulto, a  conferma della nostra separazione filosofica dagli animali.


Dio e Adamo: la prima cosa che fa è nominare gli animali, creati da Dio. Adamo dà un nome agli animali. dando il nome, ha il potere. un nome è anche una definizione, un comando. l'animale è oggetto parlato. è il primo zoo. subito un gesto di classificazione, di determinazione, di inserimento in una certa parte. una operazione, oltre tutto, fatta da due uomini, due maschili. dio e adamo.

dare il nome separa, traccia un confine: io sto qui e parlo e ti parlo, tu sei lì e vieni parlato, vieni detto. sei oggetto e io sono colui che parla.

per uomo, animale è un aiuto, perché non è bene che umano stia solo. aiuto di Adamo,
una disimmetria: l'animale viene subito pensato dal punto di vista dell'umano.
dio conduce gli animali dall'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati. in qualunque modo li avrebbe chiamati, doveva essere. uomo impose nomi a tutti. (bestiame, uccelli, bestie).
uomo si è auto imposto nella posizione di padrone. nasce dicendo di se stesso che non è un animale. animale è diverso da me, animale è ciò che viene nominato.

Animalità vuol dire invece rovesciare il punto di vista: prendere il punto di vista  di un vivente qualsiasi, che non deve avere nome, dei monti, delle nuvole, della terra, dell'albero; mettere invece lo sguardo umano al secondo posto. Animalità vuol dire prendere lo sguardo anche di una cosa che  non ha sguardo: le rocce, le foglie, le nuvole. Che vedrebbe la roccia?

Animalità vuol dire prendere il punto di vista di tutto quello che abbiamo sempre pensato soltanto a nostra disposizione.

Zoo: la sbarra - il vetro; una finta natura; la famigliola che guarda da oltre il vetro.
La leonessa non guarda gli umani. sono loro che tutti contenti guardano il leone. se li vede, li vede come un pezzo del mondo non interessante.



Ai bambini piacciono gli animali? Forse. Agli animali piacciono i bambini? No. Però l'animale è in gabbia. l'animale buono è l'animale in gabbia, addomesticato,  innocuo, dall'altra parte. Oltre la sbarra, il vetro: spesso, robusto.
I genitori sorridono: che c'è di bello, da far guardare? Come andare in un carcere a vedere i detenuti. Cosa c'è di bello in questa scena, da ridere? Fa ridere?  Finché non prendiamo in considerazione lo sguardo disinteressato della leonessa dietro il vetro, non vediamo niente della animalità.




In questa scena non c'è niente di dolce, di simpatico per l'animale, non c'è amore per gli animali.

che amore è quello che toglie la libertà a un animale, lo mette da solo in una gabbia, (probabilmente anche sedato, altrimenti si nasconderebbe o scapperebbe o tenterebbe fuga). in un ambiente naturale finto, artificiale, innocuo, dietro un vetro, sotto controllo? La leonessa ha anche fame.


Kafka, il racconto della scimmia in accademia (cfr): Pietro il Rosso
"la gabbia era troppo bassa per la posizione eretta e troppo stretta per quella a sedere. dovevo perciò starmene accoccolato, con le ginocchia piegate e sempre scosse da un tremito. e poiché  i primi giorni non volevo probabilmente vedere nessuno e preferivo restare al buio, stavo sempre rivolto verso la cassa, mentre le sbarre mi martoriavano la schiena. codesto modo di custodire le bestie selvagge, subito dopo la cattura, è generalmente ritenuto vantaggioso; e per la mia esperienza, non posso negare che, dal punto di vista umano, effettivamente lo sia".

"Pensavo a tutt altro. Per la prima volta nella mia vita, mi trovavo senza scampo."

La parola per capire Kafka:  al di sopra di tutto, una sensazione costante: non avevo scampo.
L'unico animale che può sopravvivere con noi è un animale che non ha scampo.
"Al di sopra di tutto, una sensazione costante: non avevo scampo. quello che allora sentivo come scimmia, oggi non mi è dato riferirlo che in termini umani".

Come sono gli animali che ci piacciono? Gli animali che in qualche modo si esprimono in termini umani. "al mio cane manca la parola. il mio cane parla". è come me.
 come Pietro il Rosso, che per sopravvivere, deve impararare ad adattarsi ai termini umani. e quindi travisarlo.
"ma anche se non posso ritrovare la mia antica scimmiesca verità, essa è posta senza dubbio alcunio nella direzione che stavo eliminando. tante vie fino allora mi erano state aperte innanzi e adesso nessuna. ero in trappola."

L'animalità con cui gli umani hanno a che fare è in trappola, per definizione.  ed è una trappola che è cominciata nel momento in cui Adamo, miticamente, ha cominciato a nominarli. li ha messi dentro.

Nominare vuol dire: ti metto in uno zoo, ti metto in un manuale di zoologia, in una ricerca psicologica, in un trattato di psicologia comparata, ti metto in un allevamento, ti metto in un negozio di animali domestici,  ti metto la museruola.

La trappola, la storia per cui non possiamo avere rapporti con gli animali se non sono dall'altra parte.
Tra noi e gli animali c'è sempre uno schermo: sbarre, vetro, filo, domatore, la parola, sempre qualcuno che trattiene.

Chi è contento? Non il leone. Siamo così convinti che lui non veda l'ora di vederci, che siamo il suo principale divertimento?

Totale indifferenza degli animali verso gli umani; e anche dell'intero mondo naturale. Nessuno è preoccupato per l'umano. L'uomo pensa di essere il centro di tutto, poi però non sei niente, o alla stessa stregua di qualunque altro pezzo della natura.

L'animalità è il momento in cui ti accorgi di qualcosa che in realtà è sempre stato sotto gli occhi e non hai mai visto.  
Animale è una parola, una parola che gli umani che parlano si sono arrogati il diritto di dare. Un unico concetto per tutti i viventi, contrapposti agli uomini.

Gli umani si sono dati questa parola, accordandosi nello stesso tempo fra loro per riservare a se stessi il diritto alla parola, al nome, al verbo, all'attributo,  al linguaggio, alle parole e in breve a tutto ciò di cui sono privi gli altri in questione, che vengono raggruppati nel grande territorio della bestia: l'animale. 

gli uomini sarebbero innanzitutto quei viventi che si sono dati la parola per parlare univocamente dell'animale, e per designare in lui quell'unico essere che sarebbe rimasto senza risposta, senza parola per rispondere. Gli animali, infatti non parlano.

ecce animot
un irriducibile molteplicità vivente di esseri mortali, un ibrido mostruoso.

ha bisogno di noi? ci guarda? cosa pensa, quanto è libero di non stare con noi?

animal-imbarazzo, di fronte allo sguardo insistente dell'animale.
(Derrida) un corpo nudo, nessuna superiorità, nessuna costruzione, un pezzo di carne che si muove.

tutta la nostra costruzione crolla. non c'è più Adamo.

Gli animali ci guardano, ma è evidente che non ci guardano.
Animale in gabbia, è anche un finto animale: non mangia, non si procura cibo, gira in tondo nella gabbia, non guarda niente.


Ci guardano? ha bisogno di guardarci?
noi guardiamo con sguardo saggio, profondo, saggio, amante, curioso, indagatore, osservatore.

Oppure ci guardano dopo essere 'scappati' dallo zoo (un carcerato dalla prigione) perché non vogliono essere ripresi, sono terrorizzati. ci dicono 'vattene! lasciami in pace!".



 quando abbiamo dato il nome, contemporaneamente, abbiamo inventato la gabbia, il fucile, la macchina fotografica.

che cosa facciamo a questi animali? forma di evidente sadismo! verso animali così potenti, indifferenti, belli.
allora ti metto in gabbia, zoo, filmato, ti affibbio un nome.

il racconto di Cortazar, 'Il fissatigre'.

la vera difficoltà è quando la tigre riconquista la libertà e voglia esercitarla.
la tigre deve accettare di essere nominata, di essere ingabbiata. o che la sua ribellione non abbia importanza. alienazione di fronte a un assoluto.

L'animale, col suo stesso esserci, ci ricorda qualcosa, rappresenta un modo di essere al mondo che noi non conosciamo. Le loro energie sono enormi. Li invidiamo tantissimo, gliela vogliamo fare pagare.

combattimenti con gli animali, mai ad armi pari.
chi soddisfa? chi ha bisogno? chi lo guarda? chi è contento?
ho combattuto contro un orso, ho vinto.

gli animali ci guardano nella finzione - King Kong - il modo che noi abbiamo di immaginarci gli altri animali e i loro sguardi, l'allusione sessuale, il desiderio bestiale, l'istinto.

Leopardi scrisse un 'elogio degli uccelli' (Operette Morali). Vi scrisse:
'mettiamo gli animali in gabbia per togliere la loro letizia e la gioia di vivere.'

SGUARDI

gli umani si guardano allo specchio. abbiamo tantissimo bisogno di qualcuno che ci guardi, dipendiamo dallo sguardo di qualcuno.
incantati dal fotografo, dai dispositivi che riproducono la nostra immagine.
il selfie.

gli animali non hanno bisogno di essere guardati, l'umano invece non sopravvive senza lo sguardo di qualcuno. ci accontentiamo anche del nostro stesso sguardo, auto sguardo.
se non ci guarda nessuno, moriamo.
(FB, selfie, telefono, festa, ecc)


noi guardiamo gli animali, gli animali non guardano noi. non siamo per nulla interessanti.

CINICI

Come pensiamo noi stessi? la nostra costituzione. Leonardo da Vinci.

per molto tempo l'unico vivente veramente vivente è stato il maschio, bianco, sano, etero, possidente.
perfetto animale, modello della natura, immagine di dio.
tuttora ci pensiamo così. anche quelli che dicono che amano gli animali. c'è tantissimo materialismo nel nostro rapporto con gli animali: l'animale ha bisogno delle attenzioni umane, perché l'uomo è questa cosa meravigliosa, a immagine e somiglianza.

Miliardi di animali non hanno occhi. 
talpe, vermi,  topi, piccioni, gabbiani, tassi, ratti, medusa,  insetti quelli che vivono sottoterra, dentro i muri, nei nostri corpi, quelli sono gli animali filosofici.

dal punto di vista del ratto, della natura, cosa c'è di sbagliato nell'essere ratto?
animali sono sporchi, vivono in terra, si nutrono di cose schifose, rubano, si mangiano a vicenda, camminano di notte. come noi usciamo, entrano loro.

dal punto di vista di quell'animale, che cosa c'è che non va? non è vita degna?
siamo pieni di noi stessi, distintiamo tra animali che ci piacciono e animali 'alieni'.

Il cinico è quel tipo di umano, quel filosofo che, come dice la parola, vive come un cane, da cane.
Diogene non ama i cani, non ha sentimentalismi.
questi cani non sanno che farsene del nostro amore, non lo vogliono.

per i greci, cinismo è la filosofia più scandalosa che possa esserci, non riuscivano a pensare che ci fosse qualcuno che potesse descrivere un modo di vita come quello del cane.
per il greco, che non concepiva la vita del cinico. il cinico vive una vita da cane, la sua vita naturale è la vita come un cane.

quali sono i cinici di oggi? i punkabbestia. insieme, con, come i cani. questi sono animali alla pari, insieme. incarnano la filosofia del nostro tempo e non a caso tutti quanti noi li disprezziamo, perché pensiamo di essere diversi dagli animali.
non ci parla di cani, ma vive come un cane.
quando arrivano, chiamiamo la polizia, li porti via, in prigione.

amiamo solo gli animali finti.


Michel Foucault
uno dei pochi che prende sul serio l'esempio dei cinici.
sa che di lì a pochi mesi morirà, di aids, nel tempo della vergogna.

cominciò a pensare: si piò vivere una vita in cui, come i cinici, si vive semplicemente una vita, e basta? una vita kinikos.
"Il cinismo, come figura particolare della filosofia antica, ma anche come atteggiamento ricorrente di tutta la storia occidentale, pone imperiosamente, sotto forma di scandalo la questione della vita filosofica. la vita kinikos è la vita da cani, nel senso che è senza pudori, senza vergogna, senza rispetto umano. la vita da cinico è una vita da cane in quanto impudica, totalmente impudica, senza vergogna, senza umanità. è indifferente a tutto quello che può succedere, essa non è legata a nulla, si accontenta di quello che ha e non esprime bisogni al di fuori di quelli che può soddisfare  immediatamente.

vivere da cinico vuol dire che la tua vita è  qui e ora. non hai casa non hai soldi, vivi di quello che trovi,  vivi e basta. non pensi a pil, spread, fiscal compact. vivi e basta.

vita da cani, è una vita che abbaia, diacritica ( dal gr. diakritikós ‘atto a distinguere’, deriv. di diakrínein ‘distinguere’), capace di battersi contro i nemici, di distinguere i buoni dai cattivi, i veri dai falsi i maestri dai nemici (?)

cosa vuol dire fare i conti veramente con l'animalità? il cinico ha fatto i conti veramente con l'animalità e fino in fondo. il cinico non pensa di essere speciale, vive come un cane, insieme ai cani.



RIASSUNTO

1. GLI ANIMALI NON CI GUARDANO, PERCHE' NON SIAMO INTERESSANTI. SE NON QUANDO RAPPRESENTIAMO UN PERICOLO O UNA PREDA. NON HANNO BISOGNO DI NOI

2. SE POSSIBILE, GLI ANIMALI CI EVITANO, COSì COME FANNO IN GENERE GLI ANIMALI CHE SE PROPRIO NON E' NECESSARIO, SE NE STANNO PER CONTO LORO, OGNUNO PER CONTO SUO

3. GLI ESSERI UMANI, DAL PUNTO DI VISTA DI QUALSIASI ALTRO ANIMALE (VIRUS, ACCIUGA), NON SONO IN ALCUN MODO SPECIALI O MERITEVOLI DI ATTENZIONE.
PER IL MONDO, DAL PUNTO DI VISTA DEL MONDO, NOI ALTRI NON SIAMO NULLA.
TUTTA LA NOSTRA STORIA UMANA E' NULLA,

4. AL CONTRARIO, NOI INVECE LI GUARDIAMO, SEMBRA CHE NON FACCIAMO ALTRO CHE GUARDARLI, PERCHE' SIAMO INVIDIOSI DELLA LORO VITA LIBERA, NON LA SOPPORTIAMO QUELLA LIBERTA', E ALLORA GLIELA SOTTRAIAMO, E RIPRENDIAMO.

5. LI GUARDIAMO PER SENTIRCI BUONI, PER SENSO INCONFESSATO DI SUPERIORITA', PER AUTOCOMPIACIMENTO. E' SOCIALMENTE ACCETTATO E DI MODA PENSARE A SE STESSI COME DI QUALCUNO CHE AMA LA NATURA E GLI ANIMALI.

6. LI GUARDIAMO PERCHE NON SOPPORTIAMO L'IDEA CHE NON ABBIAMO BISOGNO DI NOI, SIAMO NOI CHE ABBIAMO BISOGNO DEL LORO SGUARDO, ANCHE SE NON C'E'.

7. SIAMO NOI CHE ABBIAMO BISOGNO DI SENTIRCI AMOREVOLMENTE GUARDATI DA QUALCUNO. CHE CI INVENTIAMO ANCHE LO SGUARDO DI CHI EFFETTIVAMENTE NON CI GUARDA.

8. PERCHE' GLI ANIMALI, NONOSTANTE TUTTO, NON SONO MAI ANDATI VIA DAL PARADISO. ECCO PERCHE' NON LI SOPPORTIAMO. GLIELA FACCIAMO PAGARE PER SEMPRE.

9. IL PROBLEMA NON E' SE CI GUARDANO. SI TRATTA DI SOPPORTARE LA NOSTRA IRRILEVANZA NEL MONDO.
FILOSOFIA DELLA ANIMALITA' VUOL DIRE FILOSOFIA DELLA NOSTRA IRRILEVANZA.
ANIMALITA' VUOL DIRE: SIAMO IRRILEVANTI. IL MONDO E' VASTO, GRANDE RICCHISSIMO, NOI SIAMO UN EPISODIO TEMPORANEO, CHE DURERA' POCO PER QUANTI SFORZI FAREMO. TOTALMENTE IRRILEVANTE RISPETTO AL MONDO.

(RACCONTO 'IDROGENO' DI PRIMO LEVI)

...io sono punkabbestia nel cuore, insieme ai cani con cui vivo...


I CINICI HANNO SOPPORTATO IL FATTO CHE GLI ANIMALI NON CI GUARDANO E CHE  NOI SIAMO IRRILEVANTI PER IL MONDO. HANNO VISSUTO UNA VITA VERAMENTE UMANA E ANIMALE. HANNO VISSUTO COME VIVE UN CANE, DA CANI.
TUTTI GLI ALTRI CI PARLANO DELLA VITA FILOSOFICA, I CINICI LA VIVONO LA VITA FILOSOFICA.""


"chiuse virgolette, infine"



lunedì 21 agosto 2017

Envirude, Storia di un cane speciale: la favola


Il nome si potrebbe  leggere anche Evinrude. Hai provato a cercare su internet: è tutto un tripudio di motori fuoribordo per barche.
Ma (1) c'è un perché: E(n)(v)irude si chiama così perché così si chiama la libellula amica di Bianca e Bernie, che, durante le loro avventure, funge da "motore" per una barca costituita da una foglia" come si legge qui). (Envirude, nella realtà, somiglia a quella libellula).


Ma (2), per un nome così, di nuovo, c'è un perché: la cagnolina che lo porta e che vive le sua avventure alla ricerca della libertà, di amici e di una famiglia, è proprio come un piccolo motore fuoribordo, piena di energia, capace di spingere se stessa e chi la incontra tra le onde della vita, che a volte fanno un po' maretta e burrasca.

Ma (3) non c'è bisogno di addentrarsi in complessi paragoni, né di fare i pignoli delle spiegazioni.
In fondo, nemmeno la microscopica Envirude è così: lei è viva, sa di esserlo, è felice di esserlo, è determinata a vivere questa gioia, costi quel che costi. Per raggiungere il suo scopo, affronterà le difficoltà della vita sempre con la curiosità e l'ottimismo di chi è convinto che tutti si meriti un raggio di sole e un gelato di felicità. Perché - lo sapevamo fin dall'inzio - Envirude è una canina speciale.

Piccole lacrime di commozione che evapora al sole dei sorrisi, leggendo dei semplici e freschi slanci di generosità che porteranno la piccola e i suoi amici a trovare, finalmente la famiglia: "avere una famiglia è meglio che avere un Padrone e tutti i cani meritano di essere amati e rispettati".

La breve favola è stata scritta da Valeria Cucchi e illustrata da Manuela Maietti.
Chi la prenderà, aiuterà il suo rifugio a rendere felice e speranzosa la vita di tanti cani, specialmente se vecchietti.
Valeria stessa ce ne parla in questo video, girato da Luca Spennacchio, per un importante progetto alla scoperta dei canili 3.0 in Italia.

Tu ti sei divertito tanto tanto a leggerla, come un bambino di sei anni hai detestato il cattivo padrone della cagnolina, hai riso alle gesta del goffo amico di Envirude, ti sei commosso per la generosità della Fatina che... ma no, non lo dici: è una sorpresa!

martedì 15 agosto 2017

La guerra sulla pietà

... e se io incontrassi un'orsa...


Le immagini di KJ2 uccisa, ti hanno catapultato coi ricordi al passato. 
Hai provato l'irresitibile necessità di scrivere queste righe, che avrebbero voluto esser brevi ma che rischiano di essere lunghe - e molto probabilmente esorbitanti, inconcludenti: siete avvisati!
2013. Abitavi in montagna. Per una serie di sfortunati eventi, ti ritrovasti faccia a faccia con la salma di un cervo. Lo hai raccontato, con tutti i dettagli, qui
Oggi forse non lo scriveresti così, ma molti dei pensieri lì esposti, non sono cambiati  - e forse, quello che allora era un bambino (e che allora ti impressionò proprio perché si trovava tra gli adulti spettatori di quel ludibrio, scempio di cadavere), oggi sarà un giovane e implacabile cacciatore, sicuro della giustezza delle sue azioni di 'contenimento' degli animali. Più nessuna sorpresa nei suoi sguardi, solo crudezza piatta.
Però, del cervo quel viso, quegli occhi ormai muti, accecati della loro brillante luce vitale dalle pallottole dei cacciatori, non te li dimentichi più. Anche quel bellissimo cervo come l'orsa era adagiato - le membra scomposte e rigide, il pelo sporcato dalla caduta nella morte, per via della spinta potente e irresistibile del proiettile dentro nel corpo - sul pianale semi arrugginito e scolorito di un furgoncino - quelli azzurro-verdi, dozzinali, non belli, solamente utili e poco costosi.  Attorno a lui, come orchi, i cacciatori che lo avevano scovato, perseguitato, sfinito, inseguito e ucciso, quella mattina. Ora che il sole stava calando, proiettavano le loro piccole ombre deformi sulla bellezza di quel corpo - che loro non avrebbero mai compreso, anzi nemmeno vista. Parlavano, a borborigmi crudi e stridenti: di cartucce, di cani, di bastoni, di catene, del bosco (il 'busc'); del peso della 'bestia', di quanto si tira su con la sua carne, con la sua pelle per il tappeto, con la sua testa, con le sue corna.

Una violenza fine a se stessa, che si perpetua anche in migliaia di piccoli grandi gesti prepotenti degradanti.

qui siamo a Pinzolo: notate i fiori sul capo della mucca?

Fu allora che lo baciasti, in un impeto - una provocazione? una sfida? Una opposizione, un rifiuto verso la loro esistenza umana, i loro pensieri grondanti violenza perenne (!). Un saluto, una richiesta di perdono, un omaggio alla bellezza (!). Baciasti il viso del cervo, sulla sua guancia. Un bacio veloce, rapito, rubato. Sporgendoti sul pianale, che fu come sporgersi sull'abisso: della morte, della violenza - forse l'abisso di Nietzsche. Ma un abisso voraginato dagli umani, una trincea scavata nella guerra sulla pietà - ché di questo stiamo provando a pensare.
Non hai immagini del cervo, solo ricordi...

... ricordi identici a questo, in ogni dettaglio squallido e doloroso...

... e perciò, ben comprendi che quello che a prima vista potrebbe sembrare un gesto unico - il mostrare il risultato di una caccia agli amici in paese - è in realtà un singolo episodio di una sequenza molto, troppo lunga, che i cacciatori imbastiscono ormai senza soste; e che questa sequenza è una delle battaglie di questa guerra: una battaglia campale, che inanella vittime, cadaveri, in continuazione, tra gli altri animali. Ci sarebbe anche da accennare al discorso delle immissioni di animali in boschi e ambienti ormai svuotati, le cosiddette ripopolazioni: boschi assediati da città e ambienti antropizzati, nei quali è facilissimo per qualsiasi animale incappare. Troppo-pericolosamente-facile. E allora, si parla di sovrappopolazione, di invasione, di pericolo. E allora, la parola passa ai fucili, come se avessero bisogno di una ulteriore copertura -oltre alle innumerevoli deroghe, licenze, eccezioni di cui già godono.
 (Nota: una delle immagini circolanti, descritta come l'immagine del cadavere dell'orsa, in realtà la ritraggono anestetizzata, quando, mesi fa, venne catturata per metterle il radiocollare; ma poco importa: siamo nella logica del discorso del pathos - anche caotico, quindi -  delle immagini.)


Perché hai baciato il cervo? Ricordi benissimo che avevi, netta in mente, questa immagine:

...solo di recente hai scoperto la probabile vera origine di questa foto, che dunque è un fake!

Solo di recente hai scoperto i retroscena più probabili di questa foto. Ma allora era decontestualizzata - o meglio, ri-contestualizzata (ma, obietti: le mani sulle spalle che sembrano trattenerlo?).
La potenza astratta della immagine - fu quello che ti rimase impresso. Al netto. Non sai, ora, dire se ricavare ispirazione irresistibile da una immagine che è bugiarda - se ricavare un bene da un male - sia qualcosa che (ci) si possa permettere o auspicare sempre, o per sempre (forse no).  Però, quando baciasti il cervo, tu ti sentivi come pensavi si sentisse il ragazzo nella foto. E, di sicuro, il tuo gesto fu sincero; di sicuro, suscitò sorpresa. Siamo in guerra, giusto? Allora: la propaganda, la disinformazione, la strumentalizzazione, possono, potrebbero, prendere strade inaspettate, indesiderate dagli stessi autori della propaganda. Ci si può appropriare del messaggio dell'avversario, piegarlo, depotenziarlo, rendendolo innocuo o addirittura rivolgendolo capovolto e trasformato, da punto debole a punto di forza (stai pensando a un film come 'Pride'). 


Mentre stai scrivendo a getto continuo, insegui i pensieri prima che scappino, ma in questa maniera altri ricordi arrivano a farsi ricordare: ricordi dove gli animali nei boschi sono protagonisti. 

Ricordi la corsa a precipizio di due camosci: stavi salendo un sentiero estivo in un bosco - all'improvviso, a monte, alla tua destra, un fragoroso frusciare di foglie e rami, che si spalanca in un lampo verde e nocciola di corpi, zampe, ciottoli, erbe, terra, sole sul tratto di sentiero a due metri davanti a te: due giovani camosci correvano a precipizio, verso valle. Lungo una discesa ripidissima, velocissimi. Non hai avuto paura, ma solo meravigliata sorpresa - sentivi con certezza che loro ti avevano individuato, tu, lentissimo arrancante in salita semipianeggiante, ben prima che tu potessi anche solo iniziare a sentire il loro avanzare, per cui erano certi che ti avrebbero evitato con  estrema facilità, con noncuranza. 

Oppure: ricordi te che guidi, tra i tornanti montani, in una sera di luna piena, stai salendo verso la  fine della valle. All'uscita dalla galleria: un cervo sovrumanamente gigantesco, sta dritto in mezzo alla strada. fermo, calmo, si guarda attorno, muovendo piano la testa -le sue corna sono immense. Vicino a lui, più piccoli, due individui: hai subito pensato a una femmina e a un giovane, forse il loro figlio. Hai frenato, ti sei fermato, guardandoli riguardato, dal finestrino. Pochi istanti, eterni. L'immbilità del pensiero, dell'attenzione. Del rispetto - reciproco. Della prudenza - reciproca. E tuttavia, non percepisti dal cervo paura, né ostilità. Solo, una attenta osservazione, benché rapida, veloce. Uno scambio impercettibile di sguardi, tra due coscienze. Poi, loro tre scomparvero dall'altro lato della strada - diretti da un prato a un bosco, tagliati in due dall'asfalto umano. 

Non sono gli unici ricordi che tesaurizzi nella tua memoria, di animali non umani. Proprio questi due, però, sono emersi adesso. Perché il pensare alla guerra sulla pietà, come si e ci  raccomanda di fare Derrida, è un pensiero lungo, annoso e probabilmente sfrangiato, ramificato, sfaccettato, poliedrico.
Sono emersi perché possono raccontarci sia la splendida epifania animale, sia il fatto - assodato - della loro effettiva non-belligeranza. Se volessi usare parole altisonanti, scriveresti che se anche loro non ci hanno dichiarato guerra, sono gli animalisti che si sono posti loro alleati a guerreggiare contro la strapotenza bellica umana. Ma, appunto sono straparlare, per una infinità di motivi.

Il fatto è che, più che di guerra, verrebbe da parlare di sterminio (nei termini in cui se ne parla nella Guerra dei Mondi wellsiana): perché la disparità delle forze in campo è troppo estrema, troppo assurda, a tutto svantaggio degli altrianimali.
Gli animali vengono "sterminati nella loro sopravvivenza o addirittura nella loro moltiplicazione", scrive Derrida. Le dimensioni della guerra sulla pietà sono talmente immense che gli stessi umani la negano, la disconoscono, rifiutano di vederla  - o forse, il che è terribile, in molti casi nemmeno la vedono, pensando che non esista, che non sia in corso.  Eppure, le prove ci sono: dati, racconti - immagini.  Derrida le chiama immagini 'patetiche', cioè in grado di generare pathos. Ma in questa guerra, molto c'è di patologico, molto c'è che si allaccia alla sofferenza, alla pietà, alla compassione (scrive sempre Derrida). 

Oliver: anche questa è una immagine 'patetica'...
Ora, tu pensi che a disposizione degli umani che si sono presi l'impegno di pensare la guerra, la pietà, la compassione, non ci sono molte risorse, e allo stesso tempo ce ne sono a sufficienza. Ci sono consapevolezze nuove, in grado - forse, tu lo speri - di affrontare queste nuove prove derridiane che la compassione deve affrontare, dal XIX in qua. Ci sono nuovi pensieri. Ci sono politiche e strategie collaudate in vecchie battaglie, che possono tornare utili nelle battaglie nuove e urgenti. Gli esempi, per dir così, 'vittoriosi' - o 'di successo' - non mancano.

Nel caso di KJ2 s'è parlato e scritto di boicottaggio. Si sta parlando anche di consumo consapevole, che ne è un po' l'altra faccia. Si potrebbe chiamare anche 'consumo propositivo'. Non solo il non comprare ciò che propone la parte a cui far arrivare un messaggio di protesta; ma anche, magari contemporaneamente, il comprare di più da parti che invece seguono pratiche diverse, più rispettose. Ti pare che si possa far riferimento ai cosddetti gruppi di pressione (in inglese: le lobbies). Uno strumento che potrebbe essere sorprendentemente potente, a tutti i livelli. 

Nel caso del povero cavallo Oliver- misero schiavo sfruttato fino alla sua morte-  il discorso di protesta contro botticelle, carrozze turistiche diffuse tra Roma, Torino, Messina, Cagliari, tocca molte corde patetiche. Vedere il suo viso stravolto è uno strazio personale, e - per te, almeno - vedere gli umani scialbi, sciatti, scazzati tutt'intorno a lui, le mani in tasca, sotto il sole rovente, suscita vero, insopprimibile ribrezzo.


...vorreste davvero che qualcuno vi soccorresse così?! Fonte


Ti affacci alla marea costantemente e quotidianamente montante di ogni tipo di crudeltà, sciatteria, incuria, disinteresse, disattenzione, ignoranza, menefreghismo, prepotenza, arroganza, supponenza mossa da umani del tutto inconsapevoli contro gli altranimali. Rischi di soffocare. Rischi di bruciarti. Rischi di ammalarti. 
Hai (avuto) la fortuna di aver incontrato e di continuare a incontrare e di conoscere persone determinate, forti, propositive, consapevoli, tenaci, che sono capaci di fare cose 'belle' tutti i giorni verso gli altranimali - e il pensare di aver imparato da loro e di essere anche tu almeno un pochino come loro, ti permette di fronteggiare gli sgomenti. Infatti, quello che queste persone sanno fare, fa la differenza concreta.




Per chiudere il post. E contro la patologica follia antropocentrica.
Provi a trovar rinsaldezza nelle parole di Derrida: la guerra sulla pietà "attraversa una fase critica. Noi l'attraversiamo e ne siamo attraversati". Perciò, abbiamo il dovere di pensarla, questa guerra. Per Derrida, proprio il "pensare" è in questione, è in gioco. Forse è in pericolo. Il pensare come abbiamo pensato finora, non va bene.  Allora: potrebbe aiutarci un pensare-sentire? Potrebbe aiutarci sdraiarci sulla terra, camminare a carponi? Potrebbe aiutarci stare in mezzo agli animali - almeno, quelli che accettano di stare in mezzo a noi (tu, stai pensando ai tuoi cani) - ?
Non c'è una unica, né breve, né univoca - risposta. Il che, forse, può spingerci a trovare sempre nuove, creative, innovative, strade e strategie. 

domenica 13 agosto 2017

Orsa KJ2

le spoglie dell'orsa KJ2, uccisa in Trentino


Per sapere certe notizie, ormai, occorre stare su internet, che sia FB, che siano altri siti o social. Sulla carta di giornale, difficile trovar certe notizie, ormai.
Notizie come questa: che l'orsa KJ2, è stata uccisa. A bruciapelo.
Vedi le foto e ti viene in mente la pratica antica ma non troppo di far vedere le spoglie del nemico ucciso - specialmente se su questo nemico si era costruita una narrazione che lo ha reso enorme, mostruoso, potente, temibile, pericoloso. Che fosse vera, questa narrazione, poco importa(va). Tanto più pericoloso è il nemico, tanto maggiore il coraggio dei suoi sgominatori e i meriti che riceveranno, la gloria, l'onore, la gratitudine.  Questo accade in un mondo rovesciato, dove c'è chi se le canta e se le suona in totale autonomia: fa le regole a sua misura, sulla pelle di altri viventi; poi le viola, le trasgredisce, le ignora, per arrivare a compiere gesti che rispondono solo a tornaconti e profitti del tutto avulsi da una qualsiasi capacità di lungimiranza - se proprio ci si ostina a rifiutare atteggiamenti come 'empatia' o 'rispetto'. 
L'uccisione - anzi: l'assassinio - dell'orsa KJ2 - nemmeno un nome, solo una sigla, come quella che si imprime sugli oggetti serializzati e sostituibili -  rientra in queste logiche.

"Abbattuta l'orsa KJ2", titola ilDolomiti
La scelta, l'uso delle parole, non sono casuali, né neutrali. Così come non lo sono le motivazioni, le spiegazioni, le descrizioni, che si avvolgono di tecnicismi e proceduralismi:
" Il documentato indice di pericolosità dell’esemplare, culminato nel ferimento di due persone, ha richiesto l’attuazione dell’ordinanza nel più breve tempo possibile".
Un fumoso indice di pericolosità, la creazione dello stato di emergenza, che mette fretta, che impedisce di pensare, di ragionare, ma libera solamente spiriti di rappresaglia e vendetta, fanno il resto.
Chi può verificare questo indice di pericolosità? Da quando esiste? Perché non sono stati chiamati etologi? 

il corpo del nemico ucciso viene esposto al pubblico, per appagarne la sete di vendetta...


Gli animali non umani sono per davvero perennemente inseriti, immersi in un gigantesco 'zoo panopticon', dove sono sempre osservati, a distanza, dove possono sempre venire catturati per essere esaminati geneticamente e 'radiocollarizzati'. Per controllare che obbediscano sempre alle regole - in realtà, sono strettissimi, angusti binari decisi unilateralmente dagli umani e che gli altranimali non possono conoscere, di cui nemmeno sospettano l'esistenza. Ogni loro disobbedienza, d'altro canto, ha una sola soluzione, un'unica punizione: la pena capitale. Questa è l'impressione che se ne ricava: solo la morte, l'esecuzione, l'uccisione, permette agli umani di sentirsi risarciti e concede agli altranimali una effimera, illusoria tregua.

Ora, tutto questo è molto chiaro.
Come si può rispondere? (e da questa risposta, hai tratto motivo e ispirazione, a tua volta, per questo istant-post).

...la mela non mi piace più...


Se non ricordi male, lo avevi studiato all'Università, o comunque ne avevi letto, come studio di caso di successo, o esempio concreto e molto efficace di pressione politica: il boicottaggio etico. Forse, tra i primi ad applicarlo ci fu Amnesty International.
Consiste nel non comprare più alcun prodotto, o servizio, o merce, proveniente da un luogo dove si ritenga siano (stati) commessi atti eticamente discutibili. Toccare il portafoglio, si sa, è la via più breve per arrivare al comprendonio delle persone (è la logica delle multe, che sono punizioni, sanzioni economiche; importa meno dove vadano a finire i soldi raccolti attraverso esse). Chiudere i propri cordoni della borsa - ad esempio - davanti a tutto ciò che in etichetta reca il nome della regione dove l'orsa è stata uccisa, può risultare assai efficace. Una chiusura, che andrebbe contestualizzata, organizzata e comunicata agli interessati.  Altrimenti potrebbe passare inosservata.

Il primo boicottaggio della storia, dimostra già tutta la forza di questo concreto strumento politico.
Ma se Ugo Rossi potrebbe vestire i panni di Charles Cunningham Boycott, saranno gli attivisti uniti e tosti come la Irish Land League del 1880? (leggere per saperlo).

mercoledì 9 agosto 2017

Emeroteca: Centri commerciali nel deserto (le nuove cattedrali)

La Lettura del Corriere della Sera, domenica 24 gennaio 2016, pag 5


Di sicuro sapete di che cosa stai parlando: della gente che va a fare la passeggiata pomeridiana al centro commerciale. Padre, madre, figli, a volte persino uno sciagurato cane che patisce questo 'passatempo' in modo assoluto.
Una volta, quando eri un ragazzo, le 'vasche', o 'struscio', si facevano in centro, o al massimo al parco cittadino - era sia un modo per stabilire un confine tra lo studio e la distrazione, sia un modo per incontrare, vedere, conoscere, gente - ragazze, amici, altri. Il sole, il vento, persino la pioggia o le nuvole, non impensierivano. Erano inverni con la neve - e nemmeno quella era un ostacolo serio, a ben volere. 
Oggi, le vasche ci sono 24/7, e sono tutte indoor. Non importa il clima del pianeta all'esterno, che risulta comunque fastidioso e molesto. In ogni caso, viene annullato dalle porte girevoli: e all'interno del centro commerciale, giorno, notte, estate, inverno, freddo, caldo, sole, pioggia, vento, neve -  è come se non esistessero (più). (Se poi il parcheggio è sotterraneo, se poi è vicino a scale mobili oppure ascensori...).

In estate, come adesso, ci si va per l'aria condizionata. Lo scopo triviale dell'acquisto diventa quasi un pretesto funzionale. Più importante è essere dentro, essere ammessi all'interno del centro commerciale. Come in chiesa: a cercare (trovare, chissà?) sollievo emotivo prima che materiale; fisico prima che economico. Ci sono persino gli altari, sotto forma di maxi schermi; ma non mancano i totem, né le cappelle votive (i negozi, gli store).

Prosegue la rubrichina della emeroteca, che sarebbe una raccolta ordinata di giornali e periodici - o, per quel che ti riguarda, almeno dei ritagli che hai più o meno conservato, dopo averli letti e trovati interessanti, o addirittura in previsione di leggerli, in quanto promettenti. 

Oggi, ci rileggiamo Walter Benjamin, così come ne ha scritto Donatella Di Cesare  ...

... qui, a pagina 4


Walter Benjamin è tra i filosofi continentali, quello che nell'articolo viene definito "figlio ribelle, lucido sognatore, malinconico, critico spietato della modernità, profeta rivoluzionario": dopo setanta anni, la sua filosofia ottiene riscatto e attenzione.
"La sua immagine è assurta a simbolo di un pensiero che... non si adatta a diventare normativo, né... si peiga a elogiare le fantomatiche libertà del progresso".
La sua filosofia è capace sia di rigore che di ampiezza di visioni.
"Che cosa rende Benjamin così attuale nella sua dirompente inattualità? Perché i suoi scritti, talvolta brevi frammenti, aneddoti autobiografici, lettere, serbano un potenziale esplosivo?"
Benjamin ha dischiuso alla filosofia gli ambiti della fotografia, del cinema, dei movimenti d'avanguardia, delle nevrosi metropolitane, della esistenza degli esclusi (tra i quali, tu  - e non solo tu - metti anche tutti gli altri animali, seguendo volentieri un pensiero che conta già a sua volta centinaia di pagine di contributi di pensiero); per non parlare della letteratura per l'infanzia, dei giocattoli, del gioco d'azzardo, del hashish, del viaggio.
"Benjamin, molto presto, ha presagito gli esiti del capitalismo".
"Che un giorno la politica, scaduta a mera amministrazione, esercizio di governance, si sarebbe dissolta nell'economia, è un pensiero che Benjamin condivide con altri filosofi. Ma lui osa un passo ulteriore: quella forma economica, divenuta globale, si sarebbe rivelata per quello che è: una religione. Non è forse il capitalismo una religione del debito?"

Pensate un attimo alle rate dei prestiti per pagare l'auto, il televisore digitale, le vacanze, il calcio in Tv...

"Benjamin", prosegue Di Cesare, "è stato il primo grande teologo dell'economia nella modernità. Non ha colto solo i legami strutturali tra teologia e politica, indagati negli stessi anni anche da Carl Schmitt. Né si è limitato a ricostruire la provenienza religiosa del capitalismo". (Ricordate Weber con la sua "etica protestante e lo spirito del capitalismo"? All'università ti sembrarono due manifestazioni umane che era inevitabile procedessero unite. 
"Qui si misura, anzi, la sua distanza da Max Weber, che nel capitalismo aveva indicato l'esito dell'etica protestante. Per Benjamin, le cose stanno diversamente: il capitalismo non è una religione secolarizzata, bensì una religione in senso stretto. Perciò non se ne comprenderebbe la portata, il ruolo e il funzionamento, se non lo si considerasse come un fenomeno religioso."

Nell'articolo si citano filosofi che, dalla riscoperta del frammento del 1921 'Capitalismo come religione', hanno avviato molte riflessioni sulla teologia economica: Peter Sloterdijk, Giorgio Agamben, Slavoj Zizek, Thomas Macho, Norbert Bolz, Robert Esposito.

Oggi il capitalismo appare ovunque si giri lo sguardo: occupa l'intero orizzonte, non lascia alternative. "Questa società crede nel capitalismo, lo accetta come proprio ineluttabile destino". Nel passato si pregavano gli dei e si facevano sacrifici - sacrifici che oggi si fanno al mercato - anzi, il Mercato: una personalizzazione dell'impersonale, una individualizzazione del collettivo.

Scrive Benjamin - come riportato nell'articolo: "Il capitalismo è una pura religione di culto, forse la più estrema che sia mai stata data".  Il culto dura in modo permanente. "Non c'è tregua, né perdono. La pompa sacrale del marketing, il rito del guadagno, il fasto del consumo, sono inarrestabili. Non si distingue più tra il giorno e la notte, là dove il tempo è sempre e solo denaro. Il capitalismo... ha annullato persino la settimana". Una ossessione di massa, alla base di una civiltà intera: "Apparentemente è sempre festa - e invece non lo è mai. Se il culto è ininterrotto, è grazie alla apoteosi del debito." In tedesco, debito si dice Schuld, "che nella sua 'demoniaca ambiguità' significa anche 'colpa'."
"Il capitalismo è presumibilmente il primo caso di un culto che non lascia espiare, ma colpevolizza indebitando", scrive Benjamin.
"Benjamin presagisce l'indebitamento plantario. Non potrebbe essere diversamente per una religione, come il capitalismo, che non permette salvezza né redenzione. Sotto il cielo del capitalismo resta solo 'disperazione cosmica'."

Ecco, tra queste righe e poco oltre si trova la parte che più ti è rimasta impressa, motivo di riflessioni, di confronti, dopo la lettura dell'articolo. Che prosegue.

"Benjamin punta l'indice contro il cristianesimo, che si è mutato nei secoli, convertendosi in capitalismo. Ha ceduto cioè al paganesimo, quella tentazione che da sempre lo affligge": Benjamin mette a confronto le icone delle banconote alle immagini sacre (!). Il nuovo paganesimo che si chiama capitalismo, "è l'ordine in cui si stagliano fato e sventura nella circolarità violenta e ripetitiva del mito". 
Per Benjamin, Nietzsche, Feud e Marx, in realtà non 'rompono' versus il capitalismo, ma ne sono 'gran sacerdoti'.
Nelle loro teorie, non esiste "inversione", né di rivolta, né di rivoluzione. Benjamin usa il termine tedesco Umkehr, traduzione dell'ebraico 'teshuvà', ritorno. "Un tornare indietro per andare avanti, una conversione, una inversione di rotta, una interruzione".
benjamin guarda a Gustav Landauer, "l'ebreo anarchico, protagonista della Repubblica dei Consigli di Monaco, che aveva scritto 'Sozialismus ist Umkher', Socialismo è inversione, è cambiamento che spezza il 'sempreuguale'della storia.

"La polemica di Benjamin investe la socialdemocrazia, questa idolatria della modernizzazione, questa cattiva politica incapace di darsi delle scadenze (scrive in 'Strada a senso unico'). 
"Nel suo afflato escatologico, Benjamin guarda lì dove si consumerà l'apocalisse ultima del capitalismo". La rivoluzione va ripensata: o sul modello dello sciopero generale di Sorel, oppure sulla interruzione anarchica che si impone nel Giubileo ebraico. Purchessia.
Scrive Benjamin, nelle sue 'Tesi sul concetto di storia' (1940): "Forse le rivoluzioni sono il freno di emergenza azionato dal genere umano che viaggia sul treno". E non le marxiane 'locomotive della storia.
Leggiamo l'articolo. "La rivoluzione è una fenditura nella storia, è arresto, cesura, interruzione nel permanere dell'insopportabile, nell'eterno ritorno della catastrofe". 
"Come per Landauer, anche per Benjamin 'la rivoluzione non è solo un concetto politico'. "La rivoluzione riguarda la liberazione nella giustizia sociale adesso, jetzt.  "Quando verrà il Messia, cambierà nello stado del mondo solo qualcosa di impercettibile, non lo trasformerà con la violenza, ma lo aggiusterà solo di pochissimo", dice un antico detto rabbinico, che Benjamin ha ben presente.
"Il capitalismo, nella sua sacralità, appare non profanabile (...) L'ateismo di massa si riduce per Benjamin alla ripetizione del culto capitalista, agevolato dalla perdita di ogni contenuto utopico. (...) Il progresso è vuoto, non distingue tra una migliore riproduzione della vita e una vita realizzata. Il capitalismo è il culto di una emancipazione infelice".
Così, accanto al benessere e alla libertà, Benjamin rivendica la felicità.
"


E qui termina l'articolo. Mentre lo leggevi e ancor di più mentre ne facevi qui la parafrasi, ti sono brillate nei pensieri le parole che hai sottolineato.  IL SEMPREUGUALE PERMANERE DELL'INSOPPORTABILE. 
La quintessenza della macchina capitalista, la macchina antropomorfizzante, che è ormai più che problematizzata.
Il sempreuguale più spinto è quello che sta alle fondamenta dell'intera costruzione, che - se rovesciamo a testa in giù il grattacielo di Horkheimer - vengono alla luce : il brutale consumo onnipresente contro ogni animale non umano. Un consumo che permane, perché si auto-riproduce, con gli artifici della tecnologia. Un consumo che scarica tutto l'insopportabile alle sue fondamenta, nella illusione che questo non ricomini, prima o poi, a risalire lungo i muri portanti, per arrivare fino in cima.