giovedì 21 settembre 2017

Tortura



Ci sono libri che - dal momento in cui ne scopri l'esistenza - ti attraggono irresistibilmente; libri che, una volta posseduti, mentre li leggi, non puoi fare a meno di pensare agli occhi nietzscheiani dell'abisso - dell'eventualità di venirne inghiottiti, di venirne affascinati - o, per opposizione,  del coraggio di chi non distoglie lo sguardo.

Come questo libro. Subisci l'incandescenza dell'argomento - desideri scoprirne di più; allo stesso tempo, hai paura di scoprirti morboso, non solo orripilato. Un po' come quando da bambino scopristi cosa significa 'vivisezione' sfogliando le pagine di un libro regalato dall'ENPA locale

questo libro
un libro che  - con tutti i suoi limiti (soprattutto, un protezionismo di base religiosa e caritatevole) - ha aperto per te, la tua personale voragine sull'orrore della guerra sulla pietà, portata dagli umani contro gli altri animali.

Donatella Di Cesare sembra appartenere alla schiera, tra  quanti pensano in modo filosofico etico, che sono a un passo dal salto di specie, dal rompere il confine ideologico che (ci) (li) separa dagli altri animali, con la sola parvenza degli argomenti specisti. Leggendo il libro hai avuto netta questa sensazione: è quasi sul punto di spiccare il salto. Ma forse, ancora, non lo vede, il confine specista.

Donatella Di Cesare


La tortura era stata ufficialmente negata e condannata in tutta Europa - se non nei Paesi della civiltà occidentale  - per almeno due secoli. Poi, arrivò l'11 settembre 2001. E la tortura ha ritrovato spiragli per riapparire, sotto mentite spoglie. Non più il grembiale di cuoio del carnefice, ma il completo del burocrate, la divisa del poliziotto, il camice dell'operatore medico. La tortura è diventata l'arma estrema del'intelligence per sconfiggere i nemici della civiltà e della libertà, per arginare il conflitto globale intermittente, la guerra diffusa, a bassa intensità.

Di Cesare si impegna con ogni mezzo a smascherare queste bugie: lungi dall'essere la soluzione vincente per le situazioni modellate sul paradosso della "ticking bomb' (che lei smonta, mettendone a nudo la paradossale illogicità e inapplicabilità oltre che la sostanziale e totale mancanza di una sia pure minima, accettabile, pratica, verosimiglianza o efficacia), la tortura è invece perfettamente iscritta nella logica del dominio: ne è la pratica più violenta e stringente. La tortura getta una cappa di terrore sull'intera società, è un subliminale ricatto, è esibizione tracotante dell'onnipotenza della sovranità.

Altro che essere espediente temporaneo: la tortura è la parvenza perversa e spietata dell'eternità. Evoca visioni infernali, evoca quel dolore che incombe e sovrasta nel corridoio del morire perpetuo.
La tortura si compie in una ripetitività senza fine. Questo incessante senza-fine è uno dei suoi tratti peculiari.  Qui, secondo te, c'è uno dei trampolini da cui Donatella De Cesare potrebbe spiccare il balzo verso l'antispecismo. Infatti. non sono le pratiche zootecniche finalizzate a riprodurre (letteralmente, biologicamente) corpi da sfruttare, da modificare, da plasmare, da dominare? Per aggiunta, questo dominio avviene - e non potrebbe non avvenire che così - con altre, ulteriori pratiche: di contenzione, di mutilazione, di stupro, di penetrazione, di violazione, di ferimento. La zootecnia si procura i corpi da torturare: la cui uccisione è solo, in un certo senso, il sottoprodotto necessario per la continuazione dell'intero sistema, che si presenta alla società come attività utile e positiva: per esempio per nutrirci.

La tortura, fa lo stesso: soprattutto oggi, si presenta alla società come pratica necessaria al salvataggio e alla protezione. Inoltre, anche la tortura si procura all'infinito i corpi da manipolare e spezzare. Sia perché il torturato è mantenuto in vita - e gli viene negata la morte fisica, che il torturato invece arriva persino a desiderare - sia perché i motivi per finire risucchiati nelle stanze della tortura sono virtualmente infiniti, e sono tutti pretestuosi, sono tutte invenzioni del potere sovrano che si autoproclama garante di ordine e sicurezza, attraverso i suoi prolungamenti di polizia.
E comunque, anche i torturati, alla fine, spesso muoiono (anche se è un incidente non previsto). O vengono fatti sparire per sempre: come, per esempio nei voli della morte praticati durante la dittatura argentina.

Finché rimane vivo, il torturato è afflitto dall'angoscia di un morire interminabile. La tortura non è una tecnica di uccisione, ma una tecnica di esercizio del potere e del controllo sull'altro.
Qui, trovi un secondo trampolino, una seconda corsia preferenziale che esce dritta sulla strada nuova dell'antispecismo. Un trampolino che questa volta ha a che fare - secondo te - con la vivisezione.
Infatti: al netto delle similitudini operative - in termini di pratiche e di strumenti - tortura e vivisezione aprono tra torturatore e torturato una sorta di rapporto. Occorre che l'altro resti cosciente, almeno finché si protrae la tortura. La morte libererebbe le vittime, ma per i torturatore, il momento della morte della vittima significa perdere in modo intempestivo il suo oggetto. La tortura non vuole annientare la vittima, vuole invece fare del morire una esperienza di pena duratura. Non puoi non pensare agli animali prigionieri dei luoghi di vivisezione: rinchiusi in gabbie e stabulari, da cui escono solo per venire torturati, con pratiche vivisettorie. Il più a lungo possibile. Sono nelle mani del più forte. Sono nient'altro che nuda vita, nuda carne esposta e vulnerabile (e perciò vulnerata, perché si è in diritto di farlo; anzi, peggio: perché si è in dovere di farlo).
De Cesare scrive di trasformazione dell'essere umano in creatura morente. Rimane perciò al di qua. Basterebbe, per inizio, sostiuire il termine 'umano' con 'vivente', per compiere il salto. Per questo motivo, provi come una urgenza che questo salto venga compiuto. Desideri questo salto, come chi nel deserto trova una oasi e cerca subito l'acqua. E non è la prima volta che ti capita. Non è la prima lettura (o visione di film, o altra esperienza) durante la quale cerchi traccia di un passo avvenuto. Ma non lo trovi. Più facile è stato per gli umani posare un passo sulla luna, che fare questo passo etico e visionario sul pianeta Terra, ritornando insieme agli altri animali.

Perciò, bocci il libro di Donatella De Cesare? Al contrario: lo hai letto con totale, assoluto coinvolgimento. Come un palombaro, ti sei immerso negli abissi lugubri e neri della tortura, sei sceso in questo inferno escogitato dagli umani. E sei più che convinto che il libro 'Tortura' sia inevitabile, se si vuole veramente snudare un problema grave e allarmante che si nasconde nei meandri di ogni nostra società - e che mette quindi tutti noi in pericolo.
Il corpo del torturato dimostra che nessun corpo è al sicuro, che ogni corpo è catturabile e violabile, che ogni corpo può arrivare a vivere la morte-in-vita che si chiama tortura. Ogni torturato superstite conosce questa raccapricciante e reale verità.

Oggi, questa esposizione alla morte, è più elevata che mai: perché sicurezza e stato di eccezione sono parole che ricorrono nei discorsi dei politici; perché appaiono o ricompaiono le retoriche delle più svariate discriminazioni.  Ciascuno di noi è esposto, potenzialmente. Anche se crede di essere al sicuro. Ciascuno di noi può cadere nell'incubo dei Syn - solo un racconto di fantascienza?

Questo perché la tortura è parte della minaccia indeterminata del diritto (De Cesare si richiama a Walter Benjamin, un suo prediletto oggetto di analisi e studio): nella violenza suprema, che decide sulla vita e sulla morte, si manifesta l'origine del diritto in tutto il suo potere terrorizzante (cfr pag.154-155-156-157).

Per questo motivo, occorre più chiarezza sul reato di tortura. Chi fa che cosa? Su chi? Per quali scopi? Per quante volte? Domande la cui risposta può rischiare di riportare la tortura al sicuro nel suo nascondiglio, dopo che sembrava essere stata finalmente svelata.


La tortura è per De Cesare, e in estrema sintesi e radicale semplificazione - solo tortura di stato, ha un nesso stretto col potere, anche col potere democratico. Cioè, si parla, si può parlare, si deve parlare, di tortura, solo quando è praticata dallo Stato - in nome e per conto dello Stato, che però la tiene nascosta in cantina, e la nega alla luce del sole - quando è praticata da rappresentanti, esponenti, funzionari, agenti dello Stato. Perché scopo e fine della tortura - si è visto - è aprire l'abisso sotto i piedi della vita, renderla precaria, esporla allo spavento, spogliarla della dignità.

Non a caso, lo stupro è una forma di tortura: durante la tortura si esperimenta la morte mentre ancora si vive. Chi subisce stupro da parte di ufficiale statale, subisce tortura.
E, durante la tortura, durante lo stupro, il corpo della vittima potrebbe reagire solamente 'congelandosi', paralizzandosi. Si tratta di una reazione cerebrale molto antica. Quando si viene attaccati, minacciati, l'immobilià sembra essere l'unica risposta possibile.
Questa reazione - che ci svela la nostra animaità in modo netto e durante una situazione invivibile e insopportabile - annoda a tuo parere un filo doppio con quel che De Cesare riporta di Sartre, il qual scrisse sulla dignità - la dignità umana. Quelli che sono stati definiti sottuomini, vanno prima di tutto umiliati, vanno spogliati della loro dignità, vanno sgretolati, occorre provare - a loro stessi per primi - che sono bestie. Scrive Sartre che il fine della tortura è annientare l'umanità del suo prossimo "A questo serve l'interrogatorio: a far sì che con le sue grida la vitima attesti e comprovi a se stessa e agli altri, di essere una bestia".

La vittima non può difendersi, è inerme, è più debole, perché è stata ridotta alla maggior debolezza: sul suo corpo si sfoga una violenza senza limiti, senza confini, senza argini.
Siamo nella penobra dei biopotere di Foucault. Vale la pena riportare il passo finale di pagina 96, che è anche la chiusura di tutta la prima parte del libro.
"Lì è, in quell'interregno lugubre e abietto della tortura che, esercitando ogni mezzo, lo spinge verso il non-umano, spezza il legame del torturato con ciò che lo vincola all'umanità. Questa è la soglia decisiva, varcata la quale, la via del ritorno e del riscatto non coincidono. Risalire la vertigine dell'inumano, per il torturato non meno che per il torturatore, il quale sprofondando nell'abisso ha degradato anche se stesso, è possibile, ma non senza restare indenni. Gli effetti della tortura non si cancellano. La dignità non sembra più recuperabile".

Si parla di inumano e si fa coincidere degrado con bestialità. Si insinua lo specismo, che blocca e chiude ogni passo, ogni salto verso l'altro definitivo, l'individuo non umano - l'inividuo animale.
Ma dire inumano non è lo stesso che dire non-umano.
Scrivere bestia non come scrivere animale.
Il ventaglio dei significati è ampio e mutevole. Importante, però e che io, a un certo punto del mio riflettere, decida che la parola 'animale' è importante e dignitosa, e mi decida finalmente a metterla nero su bianco. Aprendo la mia riflessione alla empatia di animalumano, vivente insieme con altri animali.
Solo quando avrò usato questa parola - e in questo modo - avrò fatto il salto empatico che è lì, di fronte a me.

giovedì 14 settembre 2017

Festa Antispecista a MIlano (XII Veganch'io)



L'autunno ti piace per tante cose. Questo post ha a che fare con una di queste.
 
Arrivato alla sua XII edizione, lo storico Veganch'io cambia nome e diventa Il primo festival sulla LIBERAZIONE ANIMALE.

Sarà a Milano: tre giorni di incontri, concerti, performance, film e installazioni. Da venerdì 15 a domenica 17 settembre.
 
Ci si troverà nello spazio autogestito di Viale Molise 68, cioè il MACAO, che è a pochi minuti dal centro, perché si trova davanti alla fermata Porta Vittoria del passante ferroviario (collegato, per esempio, anche con la MM3 gialla da Centrale Fs, direzione Peschiera; si cambia a Repubblica e si sale sul passante, direzione Porta Vittoria); è raggiungibile anche con le linee 90-91, 93, 12, 45, 66. 



Ti piace che la location sia una palazzina liberty, con il suo salone maestoso e il grande giardino; ti piace l'idea che un tempo ospitava la borsa del mattatoio. Lì si concludevano gli affari sulla pelle di chi, poco più indietro, nell'area industriale oggi dismessa, era arrivato sui convogli e aspettava il momento di essere smembrato. 

Ti piace che questo posto sia ora un luogo pacifico, anzi, opposto a quello che fu. Un po' come un lager dismesso: "settembre Macao sarà invasa da una marea di corpi festanti e dissenzienti, per costruire insieme un momento di gioia e solidarietà: una dimensione in cui le norme entrino in cortocircuito e si spalanchi la possibilità di una nuova convivenza".
 
Animali che si ribellano 
Animali che migrano.
Animali che cambiano di sesso. 

Ti paice che si discuterà di attivismo e si presenteremo nuovi libri (sai già come andrà a finire: portafoglio vuoto, e sacca piena).

Leggi il programma nel comunicato: di tutte le mostre fotografiche, le proiezioni e gli spettacoli teatrali, di tutta la musica e di tutti i panini e le torte, c'è il programma completo, QUI.

Dice che: "La festa è aperta a tutt*. La animeranno i volontari e le volontarie di Oltre la Specie con l'aiuto del collettivo artistico Macao. Ogni forma di aiuto è benvoluta: per proporvi, potete scrivere all'indirizzo info@oltrelaspecie.org o al numero 3358376756 (Ale). Grazie. :-* "



Oltre la specie OLS


mercoledì 13 settembre 2017

Libertà è una passeggiata sguinzagliata





Senza raccontare l'intero percorso di meditazioni negli anni che mi ha portato a pensare come penso adesso (dal primo cane fino a oggi): direi che la gioia della libertà, del poter disporre del proprio corpo, della propria volontà, dei propri spazi, progetti, desideri, richiami, sogni, curiosità estemporanee, capricci, sia la cosa in assoluto più preziosa della vita - perché è unica, come la vita. 
Con molta titubanza, provo perciò, sempre di più, a far vivere in libertà spazi ai cani che abitano con me. 
Noto alcune cose: che tornano sempre; che sanno dove e come girare; che amano girare liberi, anche lontani da me; che quando al ritorno mi rivedono scoppiano di felicità; che non riesco a sentirmi preoccupato - non troppo! ;) - e che non so cosa farei se non tornassero...


Anche io non la vivevo bene, e nemmeno adesso posso garantire che sarei sempre e comunque sereno. cerco di rilassarmi, cerco di mettermi in condizione di serena attesa, ho fiducia in loro.
Penso che svincolarsi dalle ansie sia complesso e lungo; credo che uno dei primi passi per svincolarsi dalle ansie - che sono trappole per chi le vive e per chi le subisce - sia proprio saper dare fiducia all'altro, saper dare a se stessi l'equilibrio sufficiente per darsi fiducia così tanto da saper dare a nostra volta fiducia a chi vive vicino a noi, insieme a noi.
Non è semplice: non lo è per me, oggi è meno difficile di ieri, o dell'anno scorso, o di cinque, dieci anni fa. Sia il darmi fiducia, sia il dare fiducia.

Per quel che ha a che fare con i cani (quelli che hanno vissuto o vivono con me), in qualche modo, ho sempre pensato che fosse una cosa da fare: un mio dovere; poi, un mio essere loro amico. All'inizio, lo pensavo senza saperlo, lo pensavo in modo inconsapevole, lo pensavo in modo casuale e inaspettato; man mano, sto cercando di pensarlo -  e di praticarlo - in modo sempre più chiaro, sempre meno spaventato (anche). 

Ecco, aggiungo un tassello a questa fiera dell'est di pensierini cinofilosofici in libertà (cercate la pagina feisbucchiana della cinofilosofia), nati dalla domanda per coloro che liberano i cani dal guinzaglio: "voi, come la vivete?". 

Aggiungo: 
...farsi coraggio, 
per togliersi le paure, 
per darsi equilibrio, 
per darsi fiducia, 
per dare fiducia, 
per stare insieme...
nella passeggiata libera che presto farò


giovedì 7 settembre 2017

La maiala sul bagnasciuga (Il Gioco dell'Oculista)

una rotonda sul mare... chi? cosa' dove? quando? perché?




Questa volta, la prova degli occhiali è particolarmente laboriosa: abbiamo scoperto che facciamo fatica a vedere da vicino (nel tempo e nello spazio) ma anche da lontano (nel passato, in altri luoghi). Occorrono più prove, per scegliere i nostri occhiali.

La prima immagine ti ricorda la canzone 'una rotonda sul mare'. Ti è capitata sui soliti social e personalmente la vedi come fonte di tante domande, forse da porre in mezzo ai commenti che l'immagine ha ricevuto, sempre sfocati rispetto a lei, alla maiala che passeggia sulla battigia, al tramonto (o all'alba?); e invece centrati su altre cose, sempre centrate sull'umano, fino al punto che la maiala, come individuo da osservare nella foto, sparisce - è mentre sparisce, si trasla in un simbolo, in un motivo astratto di vari discorsi, dove campeggia solo l'umano.
Sono le domande del giornalismo classico: who? what? where? when? why? le famose W: in teoria, i pilastri di ogni buon articolo giornalistico.
CHI? la maiala, lei: di lei non sappiamo nulla se non che è libera di passeggiare su una spiaggia; non sappiamo se abbia un nome e qualcuno che la accudisce
COSA? la passeggiata, o forse il riposo. Magari la maiala ha trascorso tutta la giornata in spiaggia (sei propenso a pensare che sia il tramonto), ora si gode la brezza serale
DOVE? la spiaggia. Una spiaggia di qualche luogo sul pianeta, non è possibile capire dove. Una spiaggia che appare deserta, senza altri animali, compresi gli umani
QUANDO? un momento particolare della giornata, il tramonto è la finestra sulla notte, il crepuscolo prepara gli animali alla realtà della notte: che per alcuni sarà di requie, di riposo, in un luogo rintanato, per altri sarà un periodo di attività, al riparo della luce e degli animali che possono vederti e metterti in pericolo (gli umani, specialmente)
PERCHE'? ovvero, la storia della vita della maiala. Trascorre le sue serate in spiaggia abitudinariamente? Vive lì vicino? Chi vive con lei? Ci sono quasi sicuramente degli umani che vivono con lei. Molto probabile che la passeggiata in spiaggia dipenda gioco forza da una loro decisione. La maiala è libera? La maiala è destinata a vivere una vita lunga, per quanto sia possibile? Oppure il suo destino è già segnato: il macello? In tal caso, come mai la passeggiata?

  
Pig Beach





Questa seconda e terza immagine l'hai cercata tu.
Infatti, mentre stavi provando a pensare al post, ti è venuta la curiosità di rivedere altri maiali che nuotano, o che trascorrono tempo in spiaggia. Magari hai scoperto dove vivono, magari dove vive anche la maiala della prima foto. 

"Pig Beach è un'isola disabitata situata a Exuma, nelle Bahamas. L'isola deve il suo soprannome ad una colonia di maiali che popola l'isola stessa e i luoghi vicini. Big Major Cay, isola alle Bahamas, gruppo di isole dell'arcipelago Lucayan. Insomma, una meraviglia.  Un crocevia vertiginoso di evoluzione, di migrazioni, di convivenza tra animali diversi (compresi gli umani).

Altra prova di lenti...


 
il maiale nel mondo contadino





 
zootecnia 1




Jo Anne McArthur



Come uccidi i maiali che mangi? Intanto, li fai uccidere da qualcun altro, non vuoi vedere questa cosa terribile, cruenta, feroce. Ecco, a questo servono gli allevamenti zootecnici, veri e propri suinifici, di individui privati di ogni vita, cancellati mentre ancora respirano, carnizzati mentre ancora si muovono e camminano, soffrendo dolori e pratiche spietate, autentiche torture. 
Sono pratiche che l'etica deve rifiutare. Sì, anche le macellazioni rituali delle varie religioni, che sia halal o kosher.
Nel mondo contadino, invece, così (ci) raccontiamo, il maiale - così come tutti gli altri animali - era rispettato e accudito, in fondo era una risorsa irrinunciabile.  Un risorsa, appunto, non un individuo vivo. Della sua vita, importava solo che doveva arrivare il momento che occorreva sottrargliela e questo non poteva che avvenire in modo violento. E allora, cadeva ogni finzione di accudimento, di vicinanza personale, rimaneva solo il godimento feroce che preludeva a una 'festa' mangereccia, cruenta, sanguinolenta, adoperata con strumenti che riprendono la forma e il modo di uso degli analoghi strumenti per suppliziare umani.

PS
nota triste, che ci riporta alla prima foto.
l'apparenza bella era ingannvole, era superficiale. e solo uno sguardo superficiale poteva goderla come immagine felice. La maiala era una di 13 maiali allevati in spiaggia, in una porcilaia di 20 metri quadrati. Non c'è più spazio per l'ironia sulla 'stranezza spiazzante' della immagine, non c'è più tempo per considerazioni estetiche. Non c'è più giustizia - della quale, comunque, non si può non sentire il bisogno, la necessità.

domenica 3 settembre 2017

Ta Pum dei cacciatori

quella 'cosa rossa' , la morte sproporzionata


Dopo l'estate torrida, dopo la siccità, dopo gli incendi. sempre a zigzagare tra periferie urbane e zone naturali assediate dalla invadenza umana, da sabato 2 settembre, tocca agli altri animali fronteggiare l'ennesimo attaco: quello della riapertura della caccia.

sui siti dedicati ci sono tutti i dettagli dei calendari, , con solo un breve accenno di passaggio alle 'richieste degli animalisti e dell'ISPRA: "'l'appello di Ispra e degli animalisti, come abbiamo visto, hanno portato  ad alcune piccole modifiche. Purtroppo, poche cose. 
In Italia la caccia comntinua a rimanere legale. 

Come ottenere il divieto di caccia sul proprio terreno

I cacciatori non hanno scrupoli, accusano violentemente di violenza ed estremismo tutte le persone che si impegnano a mettersi dalla parte degli animali selvatici vittime della caccia. In un commento hai letto postato su un sito dedicato alla caccia,  che se 
"I SIGG ANIMALARI ,EH SE POTESSERO ESSERE INSRITI NELLE SPECIE CACCIABILI SAI CHE SPASSO"
non serve aggiungere altro . (a parte il fatto che la frase virgolettata è testuale, identica così come la leggete, con maiuscole, errori e intercalari).



giovedì 31 agosto 2017

Il Gardellino musicale



... e se l'osservare gli altranimali ci funzionasse come volano, come spinta, per diventare completamente umani (grazie alla nostra attitudine specifica alla imitazione)?




per esempio: gli umani hanno imparato a fare musica ascoltando il canto degli uccelli?


mercoledì 30 agosto 2017

Felice Cimatti a Torino - GLI ANIMALI NON CI GUARDANO - io sono un cinico




L'animalità è ormai una questione filosofica ufficiale - importante, significativa, portatrice di discorsi, propositrice di azioni -  anche in Italia. Non stai qui a riassumere i come e i perché della sua finalmente raggiunta dignità e attenzione. Sei convinto però che sia una fortuna, che era ora che accadesse, perché l'animalità - in breve - ha a che fare col futuro. Per qualcuno è l'unica questione filosofica davvero pregnante in questo XXI secolo.

L'animalità l'anno scorso fece il suo ingresso in società a Torino Spiritualità; hai bei ricordi di quei giorni, trascorsi tra conferenze e viali torinesi. Prendesti molti appunti, sono ancora quasi tutti 'nascosti' in file audio dello ipad; scattasti molte foto, sono quasi tutte pubblicate sul blog; prendesti molti libri, di quasi tutti devi ancora provare a scrivere.

Ma adesso torniamo agli appunti. Hai potuto seguire poche conferenze, a dire la verità. Ma quelle poche, hai cercato di sceglierle per scoprire nuovi contenuti, e per imparare. Le correnti filosofiche che orbitano intorno alla animalità, o meglio che ne compongono la nube semantica, si intrecciano, si intersecano, collidono, si inseguono, si confrontano; oppure si concretizzano in azioni, attività, buone pratiche, percorsi, azioni e progetti.

L'animalità è pluralità e non può non esserlo.

Con Felice Cimatti e questa sua conferenza sugli animali che (non) ci guardano, ti sei entusiasmato, hai scoperto spunti (che non sono esenti da critiche e possono lasciare anche perplessità) che consideri molto interessanti- anche se non tutto lo condividi.

Perciò, già diversi mesi fa, hai 'sbobinato' (oggi è un termine che non ha più senso, visto che si tratta di ascoltare frame audio: si potrà scrivere, allora 'S-frameare', o 'deframeare'?) l'intera conferenza. Alla maniera dello studente universitario che una volta eri. Nudi e crudi. Senza rielaborazioni né riscritture, a parte minime punteggiature e correzioni di errori di battitura. Avresti voluto scriverli in un discorso compiuto, un riportato delle parole del filosofo. Non lo hai mai fatto, né a questo punto mai lo farai; credi però che questi appunti, questi frammenti, abbiano di per se stessi un loro valore, una loro forza comunicativa. E in questa veste - quasi come se fossero frammenti ritrovati di antichi filosofi greci; la qual cosa, magari, piacerebbe allo stesso Cimatti, come escamotage retorico - li proponi qui.  (con tutto l'impegno  e il tempo serviti per trascriverli!).

Hai aggiunto immagini, coerenti col testo. Hai corretto gli errori di battitura, quelli che sei riuscito a trovare. E basta. Buona lettura.



torino, 25 settembre 2016
felice cimatti
torino spiritualità
gli animali non ci guardano

aperte virgolette:
"Perché mi occupo di questo tema, cioè della animalità.
Insegno filosofia del linguaggio all'Università della Calabria

Sono arrivato a occuparmi di questioni di animalità proprio partendo dal linguaggio. Cercando di fare un confronto. (uno) Studio più generale del  modo di essere al mondo degli animali non umani: mente-corpo.

il tema della A è un tema molto più ampio che non soltanto una visione specifica dei comportamenti degli animali o dei diritti degli animali. Al punto che io credo che sia uno dei grandi temi di riflessione della filosofia del nuovo millennio, uno dei temi decisivi.

io non sono un animalista, non sono un attivista, ho grande stima e ammirazione e parteggio per loro, per le loro buone ragioni: animalisti, vegani, bersaglio ipotetico di ogni dibattito mediatico.

a me interessa il tema della animalità in un senso più ampio ancora, come se fosse un tema per vedere dall'altro lato le categorie della filosofia.

la filosofia, tutta la filosofia, in un certo senso, ha un impensato, una premessa che non mette mai in discussione: e cioè la nostra posizione.

leggete qualunque testo, filosofia, poesia, letteratura, una tradizione antichissima, dove la  nostra posizione non viene mai messa in discussione.
ci sono persone che amano gli animali, (San Francesco, i fioretti, il lupo, per ammansirlo, per caninizzarlo). Non c'è mai un atteggiamento nei confronti dell'animalità, in cui l'animalità funzionasse veramente come qualcosa di radicalmente diverso da noi, e che mette in crisi le nostre categorie.

allora, a me interessa il tema dell'animalità come se fosse l'altra faccia della filosofia.
è per me una specie di macchina mentale: ogni volta che leggo una affermazione filosofica, provo a leggerla dal punto di vista dell'animale non umano: una affermazione su dio, la conoscenza, l'etica.

e mi pongo la domanda: va bene, questo vale per gli umani, ma per un virus? per uno scarafaggio? per una foglia? questa operazione è come se mi costringesse ogni volta a cambiare punto di vista e almeno per me è molto utile, è strabiliante vedere come cambiano i problemi se li vediamo attraverso questa torsione.

quindi per me il concetto  dell'animalità è più ampio della questione dei loro diritti o del concetto di animali. Se si prende veramente in considerazione il tema del'animalità, è difficile continuare a fare filosofia come sempre si è fatta. è difficile continuare a vivere come abbiamo vissuto e come faremo e faranno quelli che verranno dopo di me.

allora, prendere in considerazione l'animalità vuol dire fare questa torsione: vedere il mondo da un altro punto di vista.
sono veramente pochi quelli che hanno fatto questa torsione, pochissimi.

uno ad esempio è Kafka, geniale e spesso travisato, i suoi racconti con insetti, topi, altri animali considerati schifosi: nei suoi racconti non servono mai come allegorie di qualcos altro, sono proprio animali. Kafka vuole farci vedere il mondo in un altro modo, metterci dall'altro punto di vista.

ora, io credo che il concetto di animalità abbia esattamente questa funzione: è uno straordinario e potentissimo mezzo per pensare, è molto più ampio, però, del tema specifico degli animali.

gli animali non ci guardano
c'è molta retorica sugli sguardi reciproci e l'amicizia reciproca tra umani e animali. sul fatto che ci guardano che ci amano, che noi siamo amici loro e loro amici nostri.
con eccezione di cani e gatti, non è vero. cani e gatti sono animali inventati dagli umani, viventi selezionati per guardarci.
gli altri animali non ci guardano, o se ci guardano, ci guardano come un altro pezzo di mondo o qualcuno di cui hanno paura. spesso gli animali ci guardano con preoccupazione - perché hanno anche buone ragioni per guardarci con preoccupazione!
comunque, se arriviamo noi, gli animali capiscono che devono andarsene. poi ancora, gli animali non ci guardano: tutti gli esempi che ci vengono in mente sono facili, scontati. (con un / c'è un) pregiudizio (a favore di): cani, gatti, scimmie. (e mammiferi)

i miliardi di specie non mammiferi: gli insetti, i pesci o quelli che non hanno forma simile alla nostra.
se ci guardano, ci guardano con preoccupazione o con disinteresse, per quel momento in cui ci guardano - siamo un pezzo di mondo, come qualunque altro pezzo.

dal nostro punto di vista, invece, siamo sempre convinti che gli animali siano contentissimi di stare con noi, non vedono l'ora di stare con noi, sono i nostri migliori amici.

siamo sicuri dei loro pensieri e desideri e bisogni e preoccupazioni? siamo entrati nella loro mente?
gli animali domestici sono animali costruiti per stare con noi. il caso del cane ha prove paleontologiche, esistiamo insieme, ci siamo selezionati a vicenda (Marchesini). abbiamo selezionato quelli capaci di stare con noi, e viceversa. è una costruzione sociale, co-evolutiva. (di) perspicacia canina sui nostri comportamenti. quelli aggressivi, bizzarri, strani, indipendenti, non li vogliamo con noi,  li mettiamo da parte per costruire razze da guerra, ecc

quindi il cane e il gatto non sono buoni esempi come animali.
addomesticato, spesso castrato, mansueto per definzione.

l'altra faccia della faccenda: siamo noi invece a fissare gli animali. siamo noi che guardiamo noi, con occhi ammirati, stupiti, invidiosi.  questo è un punto interessante: c'è una grandissima invidia da parte nostra nei confronti degli animali.

perché il mammifero homo osserva gli animali. scrittori, libri, letteratura, documentari, film, musica, arte sugli animali. gli animali non passano tutto il loro tempo a osservarci. perché questa asimmetria?
perché abbiamo necessità di essere guardati, anche solo da un gatto, mentre il gatto, del nostro sguardo, sembra non avere alcun bisogno. (?)
(Derrida): tiene conto di quello sguardo e si vergogna. si chiede : questo gatto chi è?  tutto può intendersi in modo completamente diverso, se si considera quello sguardo.

nessuno fa retorica sullo sguardo animale.
l'ape rispetto a noi, ci guarda?

tre parti

1 gabbie: U - gabbia - A

2 sguardi

3 un modo di estendere (?) un mondo in cui teniamo conto del disinteresse degli animali.
(cinico Diogene)
cinismo: la più disprezzata e disprezzabile delle filosofie.
cinico: vivere come un cane; perciò la parola è diventata insulto, a  conferma della nostra separazione filosofica dagli animali.


Dio e Adamo: la prima cosa che fa è nominare gli animali, creati da Dio. Adamo dà un nome agli animali. dando il nome, ha il potere. un nome è anche una definizione, un comando. l'animale è oggetto parlato. è il primo zoo. subito un gesto di classificazione, di determinazione, di inserimento in una certa parte. una operazione, oltre tutto, fatta da due uomini, due maschili. dio e adamo.

dare il nome separa, traccia un confine: io sto qui e parlo e ti parlo, tu sei lì e vieni parlato, vieni detto. sei oggetto e io sono colui che parla.

per uomo, animale è un aiuto, perché non è bene che umano stia solo. aiuto di Adamo,
una disimmetria: l'animale viene subito pensato dal punto di vista dell'umano.
dio conduce gli animali dall'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati. in qualunque modo li avrebbe chiamati, doveva essere. uomo impose nomi a tutti. (bestiame, uccelli, bestie).
uomo si è auto imposto nella posizione di padrone. nasce dicendo di se stesso che non è un animale. animale è diverso da me, animale è ciò che viene nominato.

Animalità vuol dire invece rovesciare il punto di vista: prendere il punto di vista  di un vivente qualsiasi, che non deve avere nome, dei monti, delle nuvole, della terra, dell'albero; mettere invece lo sguardo umano al secondo posto. Animalità vuol dire prendere lo sguardo anche di una cosa che  non ha sguardo: le rocce, le foglie, le nuvole. Che vedrebbe la roccia?

Animalità vuol dire prendere il punto di vista di tutto quello che abbiamo sempre pensato soltanto a nostra disposizione.

Zoo: la sbarra - il vetro; una finta natura; la famigliola che guarda da oltre il vetro.
La leonessa non guarda gli umani. sono loro che tutti contenti guardano il leone. se li vede, li vede come un pezzo del mondo non interessante.



Ai bambini piacciono gli animali? Forse. Agli animali piacciono i bambini? No. Però l'animale è in gabbia. l'animale buono è l'animale in gabbia, addomesticato,  innocuo, dall'altra parte. Oltre la sbarra, il vetro: spesso, robusto.
I genitori sorridono: che c'è di bello, da far guardare? Come andare in un carcere a vedere i detenuti. Cosa c'è di bello in questa scena, da ridere? Fa ridere?  Finché non prendiamo in considerazione lo sguardo disinteressato della leonessa dietro il vetro, non vediamo niente della animalità.




In questa scena non c'è niente di dolce, di simpatico per l'animale, non c'è amore per gli animali.

che amore è quello che toglie la libertà a un animale, lo mette da solo in una gabbia, (probabilmente anche sedato, altrimenti si nasconderebbe o scapperebbe o tenterebbe fuga). in un ambiente naturale finto, artificiale, innocuo, dietro un vetro, sotto controllo? La leonessa ha anche fame.


Kafka, il racconto della scimmia in accademia (cfr): Pietro il Rosso
"la gabbia era troppo bassa per la posizione eretta e troppo stretta per quella a sedere. dovevo perciò starmene accoccolato, con le ginocchia piegate e sempre scosse da un tremito. e poiché  i primi giorni non volevo probabilmente vedere nessuno e preferivo restare al buio, stavo sempre rivolto verso la cassa, mentre le sbarre mi martoriavano la schiena. codesto modo di custodire le bestie selvagge, subito dopo la cattura, è generalmente ritenuto vantaggioso; e per la mia esperienza, non posso negare che, dal punto di vista umano, effettivamente lo sia".

"Pensavo a tutt altro. Per la prima volta nella mia vita, mi trovavo senza scampo."

La parola per capire Kafka:  al di sopra di tutto, una sensazione costante: non avevo scampo.
L'unico animale che può sopravvivere con noi è un animale che non ha scampo.
"Al di sopra di tutto, una sensazione costante: non avevo scampo. quello che allora sentivo come scimmia, oggi non mi è dato riferirlo che in termini umani".

Come sono gli animali che ci piacciono? Gli animali che in qualche modo si esprimono in termini umani. "al mio cane manca la parola. il mio cane parla". è come me.
 come Pietro il Rosso, che per sopravvivere, deve impararare ad adattarsi ai termini umani. e quindi travisarlo.
"ma anche se non posso ritrovare la mia antica scimmiesca verità, essa è posta senza dubbio alcunio nella direzione che stavo eliminando. tante vie fino allora mi erano state aperte innanzi e adesso nessuna. ero in trappola."

L'animalità con cui gli umani hanno a che fare è in trappola, per definizione.  ed è una trappola che è cominciata nel momento in cui Adamo, miticamente, ha cominciato a nominarli. li ha messi dentro.

Nominare vuol dire: ti metto in uno zoo, ti metto in un manuale di zoologia, in una ricerca psicologica, in un trattato di psicologia comparata, ti metto in un allevamento, ti metto in un negozio di animali domestici,  ti metto la museruola.

La trappola, la storia per cui non possiamo avere rapporti con gli animali se non sono dall'altra parte.
Tra noi e gli animali c'è sempre uno schermo: sbarre, vetro, filo, domatore, la parola, sempre qualcuno che trattiene.

Chi è contento? Non il leone. Siamo così convinti che lui non veda l'ora di vederci, che siamo il suo principale divertimento?

Totale indifferenza degli animali verso gli umani; e anche dell'intero mondo naturale. Nessuno è preoccupato per l'umano. L'uomo pensa di essere il centro di tutto, poi però non sei niente, o alla stessa stregua di qualunque altro pezzo della natura.

L'animalità è il momento in cui ti accorgi di qualcosa che in realtà è sempre stato sotto gli occhi e non hai mai visto.  
Animale è una parola, una parola che gli umani che parlano si sono arrogati il diritto di dare. Un unico concetto per tutti i viventi, contrapposti agli uomini.

Gli umani si sono dati questa parola, accordandosi nello stesso tempo fra loro per riservare a se stessi il diritto alla parola, al nome, al verbo, all'attributo,  al linguaggio, alle parole e in breve a tutto ciò di cui sono privi gli altri in questione, che vengono raggruppati nel grande territorio della bestia: l'animale. 

gli uomini sarebbero innanzitutto quei viventi che si sono dati la parola per parlare univocamente dell'animale, e per designare in lui quell'unico essere che sarebbe rimasto senza risposta, senza parola per rispondere. Gli animali, infatti non parlano.

ecce animot
un irriducibile molteplicità vivente di esseri mortali, un ibrido mostruoso.

ha bisogno di noi? ci guarda? cosa pensa, quanto è libero di non stare con noi?

animal-imbarazzo, di fronte allo sguardo insistente dell'animale.
(Derrida) un corpo nudo, nessuna superiorità, nessuna costruzione, un pezzo di carne che si muove.

tutta la nostra costruzione crolla. non c'è più Adamo.

Gli animali ci guardano, ma è evidente che non ci guardano.
Animale in gabbia, è anche un finto animale: non mangia, non si procura cibo, gira in tondo nella gabbia, non guarda niente.


Ci guardano? ha bisogno di guardarci?
noi guardiamo con sguardo saggio, profondo, saggio, amante, curioso, indagatore, osservatore.

Oppure ci guardano dopo essere 'scappati' dallo zoo (un carcerato dalla prigione) perché non vogliono essere ripresi, sono terrorizzati. ci dicono 'vattene! lasciami in pace!".



 quando abbiamo dato il nome, contemporaneamente, abbiamo inventato la gabbia, il fucile, la macchina fotografica.

che cosa facciamo a questi animali? forma di evidente sadismo! verso animali così potenti, indifferenti, belli.
allora ti metto in gabbia, zoo, filmato, ti affibbio un nome.

il racconto di Cortazar, 'Il fissatigre'.

la vera difficoltà è quando la tigre riconquista la libertà e voglia esercitarla.
la tigre deve accettare di essere nominata, di essere ingabbiata. o che la sua ribellione non abbia importanza. alienazione di fronte a un assoluto.

L'animale, col suo stesso esserci, ci ricorda qualcosa, rappresenta un modo di essere al mondo che noi non conosciamo. Le loro energie sono enormi. Li invidiamo tantissimo, gliela vogliamo fare pagare.

combattimenti con gli animali, mai ad armi pari.
chi soddisfa? chi ha bisogno? chi lo guarda? chi è contento?
ho combattuto contro un orso, ho vinto.

gli animali ci guardano nella finzione - King Kong - il modo che noi abbiamo di immaginarci gli altri animali e i loro sguardi, l'allusione sessuale, il desiderio bestiale, l'istinto.

Leopardi scrisse un 'elogio degli uccelli' (Operette Morali). Vi scrisse:
'mettiamo gli animali in gabbia per togliere la loro letizia e la gioia di vivere.'

SGUARDI

gli umani si guardano allo specchio. abbiamo tantissimo bisogno di qualcuno che ci guardi, dipendiamo dallo sguardo di qualcuno.
incantati dal fotografo, dai dispositivi che riproducono la nostra immagine.
il selfie.

gli animali non hanno bisogno di essere guardati, l'umano invece non sopravvive senza lo sguardo di qualcuno. ci accontentiamo anche del nostro stesso sguardo, auto sguardo.
se non ci guarda nessuno, moriamo.
(FB, selfie, telefono, festa, ecc)


noi guardiamo gli animali, gli animali non guardano noi. non siamo per nulla interessanti.

CINICI

Come pensiamo noi stessi? la nostra costituzione. Leonardo da Vinci.

per molto tempo l'unico vivente veramente vivente è stato il maschio, bianco, sano, etero, possidente.
perfetto animale, modello della natura, immagine di dio.
tuttora ci pensiamo così. anche quelli che dicono che amano gli animali. c'è tantissimo materialismo nel nostro rapporto con gli animali: l'animale ha bisogno delle attenzioni umane, perché l'uomo è questa cosa meravigliosa, a immagine e somiglianza.

Miliardi di animali non hanno occhi. 
talpe, vermi,  topi, piccioni, gabbiani, tassi, ratti, medusa,  insetti quelli che vivono sottoterra, dentro i muri, nei nostri corpi, quelli sono gli animali filosofici.

dal punto di vista del ratto, della natura, cosa c'è di sbagliato nell'essere ratto?
animali sono sporchi, vivono in terra, si nutrono di cose schifose, rubano, si mangiano a vicenda, camminano di notte. come noi usciamo, entrano loro.

dal punto di vista di quell'animale, che cosa c'è che non va? non è vita degna?
siamo pieni di noi stessi, distintiamo tra animali che ci piacciono e animali 'alieni'.

Il cinico è quel tipo di umano, quel filosofo che, come dice la parola, vive come un cane, da cane.
Diogene non ama i cani, non ha sentimentalismi.
questi cani non sanno che farsene del nostro amore, non lo vogliono.

per i greci, cinismo è la filosofia più scandalosa che possa esserci, non riuscivano a pensare che ci fosse qualcuno che potesse descrivere un modo di vita come quello del cane.
per il greco, che non concepiva la vita del cinico. il cinico vive una vita da cane, la sua vita naturale è la vita come un cane.

quali sono i cinici di oggi? i punkabbestia. insieme, con, come i cani. questi sono animali alla pari, insieme. incarnano la filosofia del nostro tempo e non a caso tutti quanti noi li disprezziamo, perché pensiamo di essere diversi dagli animali.
non ci parla di cani, ma vive come un cane.
quando arrivano, chiamiamo la polizia, li porti via, in prigione.

amiamo solo gli animali finti.


Michel Foucault
uno dei pochi che prende sul serio l'esempio dei cinici.
sa che di lì a pochi mesi morirà, di aids, nel tempo della vergogna.

cominciò a pensare: si piò vivere una vita in cui, come i cinici, si vive semplicemente una vita, e basta? una vita kinikos.
"Il cinismo, come figura particolare della filosofia antica, ma anche come atteggiamento ricorrente di tutta la storia occidentale, pone imperiosamente, sotto forma di scandalo la questione della vita filosofica. la vita kinikos è la vita da cani, nel senso che è senza pudori, senza vergogna, senza rispetto umano. la vita da cinico è una vita da cane in quanto impudica, totalmente impudica, senza vergogna, senza umanità. è indifferente a tutto quello che può succedere, essa non è legata a nulla, si accontenta di quello che ha e non esprime bisogni al di fuori di quelli che può soddisfare  immediatamente.

vivere da cinico vuol dire che la tua vita è  qui e ora. non hai casa non hai soldi, vivi di quello che trovi,  vivi e basta. non pensi a pil, spread, fiscal compact. vivi e basta.

vita da cani, è una vita che abbaia, diacritica ( dal gr. diakritikós ‘atto a distinguere’, deriv. di diakrínein ‘distinguere’), capace di battersi contro i nemici, di distinguere i buoni dai cattivi, i veri dai falsi i maestri dai nemici (?)

cosa vuol dire fare i conti veramente con l'animalità? il cinico ha fatto i conti veramente con l'animalità e fino in fondo. il cinico non pensa di essere speciale, vive come un cane, insieme ai cani.



RIASSUNTO

1. GLI ANIMALI NON CI GUARDANO, PERCHE' NON SIAMO INTERESSANTI. SE NON QUANDO RAPPRESENTIAMO UN PERICOLO O UNA PREDA. NON HANNO BISOGNO DI NOI

2. SE POSSIBILE, GLI ANIMALI CI EVITANO, COSì COME FANNO IN GENERE GLI ANIMALI CHE SE PROPRIO NON E' NECESSARIO, SE NE STANNO PER CONTO LORO, OGNUNO PER CONTO SUO

3. GLI ESSERI UMANI, DAL PUNTO DI VISTA DI QUALSIASI ALTRO ANIMALE (VIRUS, ACCIUGA), NON SONO IN ALCUN MODO SPECIALI O MERITEVOLI DI ATTENZIONE.
PER IL MONDO, DAL PUNTO DI VISTA DEL MONDO, NOI ALTRI NON SIAMO NULLA.
TUTTA LA NOSTRA STORIA UMANA E' NULLA,

4. AL CONTRARIO, NOI INVECE LI GUARDIAMO, SEMBRA CHE NON FACCIAMO ALTRO CHE GUARDARLI, PERCHE' SIAMO INVIDIOSI DELLA LORO VITA LIBERA, NON LA SOPPORTIAMO QUELLA LIBERTA', E ALLORA GLIELA SOTTRAIAMO, E RIPRENDIAMO.

5. LI GUARDIAMO PER SENTIRCI BUONI, PER SENSO INCONFESSATO DI SUPERIORITA', PER AUTOCOMPIACIMENTO. E' SOCIALMENTE ACCETTATO E DI MODA PENSARE A SE STESSI COME DI QUALCUNO CHE AMA LA NATURA E GLI ANIMALI.

6. LI GUARDIAMO PERCHE NON SOPPORTIAMO L'IDEA CHE NON ABBIAMO BISOGNO DI NOI, SIAMO NOI CHE ABBIAMO BISOGNO DEL LORO SGUARDO, ANCHE SE NON C'E'.

7. SIAMO NOI CHE ABBIAMO BISOGNO DI SENTIRCI AMOREVOLMENTE GUARDATI DA QUALCUNO. CHE CI INVENTIAMO ANCHE LO SGUARDO DI CHI EFFETTIVAMENTE NON CI GUARDA.

8. PERCHE' GLI ANIMALI, NONOSTANTE TUTTO, NON SONO MAI ANDATI VIA DAL PARADISO. ECCO PERCHE' NON LI SOPPORTIAMO. GLIELA FACCIAMO PAGARE PER SEMPRE.

9. IL PROBLEMA NON E' SE CI GUARDANO. SI TRATTA DI SOPPORTARE LA NOSTRA IRRILEVANZA NEL MONDO.
FILOSOFIA DELLA ANIMALITA' VUOL DIRE FILOSOFIA DELLA NOSTRA IRRILEVANZA.
ANIMALITA' VUOL DIRE: SIAMO IRRILEVANTI. IL MONDO E' VASTO, GRANDE RICCHISSIMO, NOI SIAMO UN EPISODIO TEMPORANEO, CHE DURERA' POCO PER QUANTI SFORZI FAREMO. TOTALMENTE IRRILEVANTE RISPETTO AL MONDO.

(RACCONTO 'IDROGENO' DI PRIMO LEVI)

...io sono punkabbestia nel cuore, insieme ai cani con cui vivo...


I CINICI HANNO SOPPORTATO IL FATTO CHE GLI ANIMALI NON CI GUARDANO E CHE  NOI SIAMO IRRILEVANTI PER IL MONDO. HANNO VISSUTO UNA VITA VERAMENTE UMANA E ANIMALE. HANNO VISSUTO COME VIVE UN CANE, DA CANI.
TUTTI GLI ALTRI CI PARLANO DELLA VITA FILOSOFICA, I CINICI LA VIVONO LA VITA FILOSOFICA.""


"chiuse virgolette, infine"