venerdì 17 novembre 2017

Boschi Vivi senza confini




dal sito Boschi Vivi




Stai iniziando a capire che cosa sia un 'bosco interiore' - prendendo a prestito l'espressione pensata da Leonardo Caffo; e magari, andando a memoria, ti avvicini pure al senso; ma su quel libro eventualmente vedremo, per giocare prossimamente a 'acqua-fuochino-fuoco'.
Il bosco è il punto focale. Che va interiorizzato, trovato dentro se stessi. Infatti, è  qualcosa che ha a che fare - in qualche modo - con il costruirsi una specie di individuale, personale, unica, irripetibile gioia dello 'stare al mondo': è una gioia che non è insensato cercare e curare anche nei dove e nei quando che meno ci piacciono. Si spreca tempo a desiderare di essere altrove quando invece si deve essere qui e ora. Ma non è motivo questo per rinunciare a vivere la propria gioia piena, invece che rimandarla colpevolmente a un altrodomani a cui vorresti tendere. Rischi una tensione all'infinito, una asintote senza pace. Invece, se sei capace di volerti costruire la tua gioia anche dove e quando non ti piace, allora fai la cosa giusta: la tua gioia diventa già lì per te, e non smetterà di esserci quando ti sposterai; anzi: la tua gioia ti seguirà ovunque andrai, perché la tua gioia - così come la tua tristezza - sei tu. Sei tu: è non il luogo dove e quando in questo momento stai vivendo. (che poi tu, tendenzialmente preferisca portati dietro il trolley della malinconia-tristezza, invece dello zaino della felicitù-gioia, è un qualcosa di te su cui non devi smettere di lavorarci, magari mentre stai sdraiato tra le foglie a prendere  il sole novembrino insieme alla tua bretonina 17enne).

La tua gioia è fatta, quindi di foglie e gemme, di germogli e frutti, di erba e corteccia; oltre che di acqua, vento, neve, sole.
Questo bosco - hai scoperto - potrà anche diventare vivo e davvero reale: proprio di fronte a te. Potrai passeggiarci e visitarlo ogni volta che vorrai: alla fine, potrai adagiartici, a riposare tra le radici di un albero, sempre fermo eppure sempre in movimento, di giorno e di notte, per tutto l'anno; ogni anno che verrà. Non solo adesso, oggi, giorno del compleanno del blog, ma anche un domani venturo, quando con queste spoglie su questa terra non sarai più né presente né visibile - ma, al limite, visitabile.


dal sito Boschi Vivi

L'altro giorno hai incontrato al telefono Anselma Lovens, che è tra le persone che stanno dando vita al progetto 'Boschivivi' - scoperto in questo articolo. Non è una stranezza che questa notizia ti abbia fin da subito regalato curiosità e serenità.

Per te, che da bambino dei cimiteri ti piacevano le piante lungo i viali, questo tema è suggestivo e - invece che chiudere - capace di aprire sensi e orizzonti dell'esistenza e della coesistenza in moltissimi modi, quasi tutti ancora da (ri)scoprire: per esempio, qui / o qui.  Ma non corriamo avanti: basta dire che hai preso subito contatto con Boschi Vivi - e loro ti hanno subito risposto. Il risultato, è una lunga e particolarissima chiacchierata con Anselma Lovens - lei, fortunata, a Parigi; tu, fortunello, in un parco novarese.
Di cosa avete parlato, delle scosse prospettiche che ne hai ricavato, è quanto proverai a raccontare adesso. Facendo come se fosse Anselma a parlare, a raccontare.

"Il nostro bosco, il nostro primo bosco, lo abbiamo trovato mentre cercavamo qualcosa d'altro, qualcosa di simile. Abbiamo riconosciuto quel che poteva essere per noi - per la cooperativa Boschi Vivi,  - e lo abbiamo acquisito. Si trova nella provincia di Savona  presso il Comune di Martina-Urbe (SV), in Liguria.
  e sarà il bosco per il progetto pilota che abbiamo in mente. 

Intanto, stiamo eseguendo lavori di spaziatura nel sottobosco, di regimazione delle acque per la sicurezza del suolo, di disboscamento selettivo - tutto questo, grazie all'intervento di un esperto forestale.
"Questo bosco, capitatoci quindi per caso, è significativo: è confinante con un paese e ha la presenza di una grande roccia, in una radura". 

dal sito Boschi Vivi


E qui, ti si sono illuminati gli occhi per la prima di numerose volte: roccia e terra, pietra e legno; una base solida per la vita in continuo movimento - strettamente collegate.
Dici subito allora che per portare avanti questo progetto, Boschi Vivi ha aperto un crowfunding; sta per concludersi, ma c'è tempo per le ultime offerte.
Con Anselma ragioniamo sul fatto che il bosco sacro va ad aprire e scoprire - per la prima volta in Italia - una modalità del tutto peculiare, inedita, di pensare e 'sistemare' il proprio dopo e il dopo dei propri legami affettivi - che siano animali umani o non umani.
Dal 2001 esiste una normativa nazionale che regola la dispersione in natura delle ceneri risultate dalla cremazione. Per dispersione, si intende non solo la liberazione delle ceneri al vento, ma anche l'interramento delle ceneri, in un suolo diverso da quello confessionale dei cimiteri - interramento che può avvenire o con le ceneri libere, o in un involucro biodegradabile. In capo a un anno, tutto sarà di nuovo rimescolato nel terreno. (!) :)
Questa possibilità è in generale poco conosciuta in Italia, a livello culturale, di sensibilità diffusa è ancora una pratica che risulta 'difficile'. La legge offre per lo meno una sistematizzazione di una situazione nella quale prima il singolo era lasciato a se stesso, oltre tutto alle prese con non poca burocrazia - per non parlare, immagini, delle resistenze confessionali delle varie religioni, specialmente la cattolica. "I cattolici si sono espressi contro la dispersione, fino a non molto tempo fa, osteggiavano anche la cremazione. In ogni caso, per loro le spoglie non possono non essere che deposte in un luogo consacrato. Anche la burocrazia è sempre stata di grande ostacolo, per via delle molte trafile da superare - ad esempio - per poter conservare l'urna in casa". E così, benché le cremazioni siano aumentate negli anni, anche in Italia, il che cosa fare dopo delle ceneri era uno spazio vuoto - come concetto, come procedura, come pratica 'spirituale'.


"Il cimitero a cui tutti siamo abituati è fatto di marmo e cemento e vetro. Occupa uno spazio di fatto reso inerte, immobilizzato, inospitale alla vita. Per non parlare delle risorse di spazio ed economiche che impegna costantemente. Che sia per la sensibilità ambientale che è cresciuta, che sia per un maggior senso di altruismo anche nei confronti dei propri figli e discendenti futuri, non sono pochi quelli che pensano di cercare una soluzione diversa da quella classica.

dal sito Boschi Vivi


Il bosco - un bosco - sotto molti punti di vista, sembra essere quella soluzione. Si legge, nella pagina del crowfunding, che chi verserà delle quote o aderirà in futuro al progetto, potrà "instaurare, per sé e per i propri cari, un rapporto molto più intimo con il territorio e sereno con l’evento luttuoso. Oltre ad essere parte di un meccanismo virtuoso che tutela i boschi. " Si prevedono infatti anche vantaggi concreti sia per i proprietari dei boschi che per i paesi o le comunità che abitano vicino.  Poi: "Per la società nel complesso il grande vantaggio è dato dalla presenza di persone qualificate che lavorano costantemente alla prevenzione del rischio ambientale. Per tutti consegue un miglioramento della qualità di vita, in ottica di multifunzionalità: il bosco tornerà ad essere utilizzato, oltre che per il ricordo,  anche per attività culturali, sportive e naturalistiche".

Se questa prospettiva vi piace, ricordatevi: la volontà di dispersione delle proprie ceneri, deve essere espressa in vita, attraverso un testamento olografo. "Noi siamo convinti che, anziché rattristare o incupire, questa attenzione per se stessi, potrà aiutare alla elaborazione della eventualità della propria morte, ma anche l'elaborazione del lutto per chi rimarrà dopo di noi e  diventerà chi esaudirà le nostre disposizioni."
Si potrà fare un contratto con Boschi Vivi (sul sito è spiegato tutto, bisogna solo prendersi il tempo per navigarlo, ché è molto articolato).

dal sito Boschi Vivi


"Nel bosco, si potranno portare anche le ceneri degli animali che hanno vissuto con noi e che abbiamo amato. Riceveranno lo stesso trattamento delle ceneri umane." E qui, per la seconda volta ti si sono illuminati gli occhi, hai cominciato a vedere scene immaginose assai, di persone che passeggiano liberamente per il bosco, tra i suoi alberi, per poter incontrare chi hanno amato e che adesso è diventato albero. Il bosco, dice Anselma, non verrà recintato e non ci saranno separazioni di sorta nemmeno al suo interno.  Da questo momento, la tua immaginazione e i tuoi occhi son rimaste sempre accese, per tutto il resto della chiacchierata.

"Le persone che sono venute a trovarci o che ci hanno contattato, ci raccontano le loro reazioni. Molti provano stupore e  sono tutte le persone che possono avere una età tra i cinquanta e i sessanta anni: per loro l'eventualità della morte non è più cosa astratta, sicuramente ne hanno già avuto esperienza a quel punto della loro vita e dunque ci vogliono ben pensare. C'è invece chi prova una specie di timore: sono le persone che si trovano più vicine alla ottava decade della loro vita. La morte  è in qualche modo in vista al loro orizzonte. Tutti quanti, però, sono rimasti rasserenati dalla prospettiva del contatto con la natura. A molti non piace l'idea, il concetto di cimitero. Non piace più, per come è venuto a concretizzarsi nella nostra società. Le tombe marmoree, le lapidi, le cappelle, sono oggetti inerti, morti, freddi, servono solo per uno scopo, immutabile per un tempo lunghissimo.
 
"Un albero è vivo, avvolge e accoglie e non esclude: non c'è separazione. A differenza della tomba cimiteriale, ha più scopi, cambia e scambia." In fondo - pensi: l'albero è vivo e - almeno per te - venire riposti tra le radici di un albero, è un po' come ritornare nel flusso della vita.

dal sito Boschi Vivi


"Per il futuro, prevediamo anche la possibilità che per il nostro bosco si possa sostare, passeggiare, meditare, leggere. Forse, penseremo a delle attività, adatte al luogo, che possano renderne tangibile la sacralità vitale e siano facilitatrici di sollievo e di elaborazione del lutto, oltre che di ripresa del contatto con la vita."

dal sito Boschi Vivi


Allora, che cosa abbiamo qui? Un qualcosa di talmente nuovo - secondo te - da dare (darti) quasi le vertigini. Se esistono le ZTL - le Zone Temporaneamente Liberate, come i rifugi per animali salvati o recuperati, come i santuari per animali sottratti alla  morsa zootecnica - che sono luoghi di futuro  - un bellissimo futuro utopico, secondo te, per il quale vale di sicuro la pena immaginare e agire - per tutti gli individui vivi; allora, i boschi sacri, i boschi vivi, saranno qualcosa di simile per chi non c'è più e allo stesso tempo sarà immerso in un ambiente vivo e in continuo cambiamento. Lutto e morte assumeranno nuovi e meno cupi colori e significati: le ricadute etiche, sociali, politiche, potrebbero essere assai ampie. Ma questo, forse è argomento per una prossima riflessione. Adesso, con Anselma, cominciamo a vedere come "gli animali del bosco non verranno ostacolati, o scacciati, o eliminati, o disturbati. Saranno liberi di attraversare e percorrere il bosco, esattamente come i visitatori umani. Tra le cose che stiamo facendo per sistemare il bosco, c'è l'individuazione di tracce che segnalino la presenza di percorsi e convivenze e compresenze animali, in modo da ritagliare i percorsi e gli spazi per gli umani intorno a questi luoghi animali, che rimarranno indisturbati.

Il bosco, come già detto, è vicino a un paese: è già conosciuto e frequentato; per cui, ci sarà continuità e le diverse vite non verranno sconvolte da cambiamenti imposti. 

dal sito Boschi Vivi


"Nei nostri viaggi, abbiamo scoperto che in altri Paesi, come Gran Bretagna, Svizzera, Austria, Germania, ci sono molti 'boschi vivi'. Per noi sono e sono stati degli esempi, dei riferimenti, rappresentano una diversa occasione, una possibilità di scelta. Ci tengo a dire che noi immaginiamo una rete di boschi vivi, su e giù per l'Italia: da noi, i boschi sono da sempre fortemente antropizzati,  fino a un passato recente erano conosciuti, frequentati e abitati dagli umani. Oggi sono stati abbandonati, a meno di ricevere nuove, indesiderate e nefaste 'attenzioni' umane, come gli incendi, in grado di devastare aree boschive prive di possibilità di difesa."

Nel bosco, vasto 11 ettari, ci sarà un'area per gli umani, una per gli animali e una per umani e per animali insieme; non ci saranno divisioni, separazioni, le tre zone si intrecceranno l'una con l'altra.
Tutti uguali, i viventi, nel loro dopo la vita, pensi: a nulla serviranno divisioni, separazioni - né si sentirà la necessità di costruirne. Ti pare di respirare una boccata di ossigeno, o meglio, di assorbire una raggiata di sole. Pensi che questo bosco sacro, dove animali umani e animali non umani trovano spazi condivisi per rimescolarsi insieme, abbia una potenza incredibile, e ancora tutta da scoprire, ancora tutta da esprimere.
Quando finalmente si toccherà con mano la propria e altrui sostanziale uguaglianza - in termini di accesso rinnovato al rimescolamento vitale - in uno spazio libero e aperto per tutti, dove la vita si riaccresce - invece che essere ostacolata nell'isolamento inerte di un cimitero solo umano - diventerà più normale provare emozioni di lutto anche per animali non umani, finalmente senza doversene scusare; e forse si cambierà prospettiva, sentimento, atteggiamento, verso di loro; forse l'aver provato affetto e dolore luttuoso per qualcuno di loro, in modo finalmente libero di esprimersi senza stigma sociale, ci spingerà a voler provare gioia e affetto verso molti più di loro, finché la distinzione, abbastanza macchinosa, speciosa, oppositiva 'noi/loro', cadrà - come foglia secca. 
Tutto questo per ora forse è solo un sogno, per un futuro ancora un po' lontano. Tuttavia, i germogli già ci sono...

 (con Anselma, avete terminato la lunga telefonata, con la promessa di risentirsi, per gli aggiornamenti, ma anche per ragionare insieme sulle potenzialità di quel che significa un 'bosco vivo' - anzi, tanti 'boschi vivi').


dal sito Boschi Vivi


Post Scriptum
Con amarezza, accenni ai cacciatori, che possono scorazzare senza freni e impuniti ovunque, a meno che non ci sia una recinzione fisica. Sono loro, oggi, i tristi e sinistri 'abitanti' e frequentatori dei boschi. Una tendenza che secondo te va fermata e ostacolata, invertita, in ogni modo possibile.
"Coi cacciatori il dialogo è difficile", ammette Anselma. 

Ne approfitti per segnalare quattro link, altrettante risorse, utili almeno per sapere che delle possibilità per impedire l'accesso ai cacciatori - sia pure macchinose, e rese difficili per chi vuole avvalersene, di fatto ci sono: leggete 

la LIPU,  

la LAC

il GIG

l'ADUC.

 
dal sito Boschi Vivi









martedì 14 novembre 2017

Dylan Dog e la corsa delle mucche macellate




Dylan entra nel vecchio mattatoio abbandonato, e...




Dylan Dog in 30 anni di vita editoriale, ne ha passate tante. Anche le sue storie sono cambiate - il modo in cui vengono raccontate.  Alcune caratteristiche sue, sono rimaste costanti, specie di piccole bussole per i comportamenti. Dylan, per esempio, ha sempre avuto una speciale attenzione per gli animali - ne scrivevi qui. E questa attenzione può apparire sia in una storia ben focalizzata, che in una storia fuori fuoco - come questa, intitolata "I segni della fine".
Visto che è una storia che, dal punto di vista della questione animale nel fumetto, può considerarsi secondaria, fai punto e a capo, per raccontare in breve come e quando hai scoperto questa e altre storie - dopo che avevi smesso di comprare e leggere Dylan Dog da molti anni.

Da molti anni, cioè dal suo numero uno, sei abbonato alla rivista Liberazioni - che si presenta come 'rivista di critica antispecista' - e ogni volta che ti arriva a casa, non vedi l'ora di iniziare la lettura dei suoi articoli, che molto spesso sono stati occasioni per allargare o approfondire sfaccettature di riflessioni e orizzonti antispecisti 
Per te, Liberazioni, equivale a una sorsata d'acqua assaporata in un'oasi, dopo aver attraversato il consueto, quotidiano deserto dell'umano egoismo indifferente. Non è l'unica rivista  cui ti disseti, per fortuna ci sono anche altre pubblicazioni o libri, così come ci sono occasioni di eventi, incontri, stage, appuntamenti. Ma, insomma, Liberazioni ha un ruolo cospicuo per la tua personale esperienza. 

Orbene, sul numero 13 / estate 2013, ti capita di leggere l'articolo di Marco Reggio "Empatia a fumetti - Dylan Dog e lo sfruttamento animale" (da pagina 90 a pagina 94). Un inciso: ti piace l'approccio di critica pop che è ricorrente nella rivista. In fondo, il nobel J.M.Coetzee ha scritto un saggio su Superman; tutto ciò per dire che ti infastidisce la divisione tra cultura alta e cultura bassa e che ti intriga e diverte molto questo approccio nella rivista.



Nell'articolo, Marco Reggio parte dalla constatazione della condizione di 'mondo a parte' che caratterizza l'universo dei baloon, per fare una minirassegna di albi di Dylan Dog caratterizzati dalla problematizzazione e messa in scena di messaggi etici e sociali legati agli animali e al loro rapporto con l'umano.

Tu ti sei appuntato tutti i titoli, sei corso in fumetteria e ti sei acquistato tutti gli albi raccontati da Reggio. Verosimilmente, ce ne sono altre, nella lunga collezione dylandoghiana, di storie dove appaioni animali (hai scoperto, per esempio, la prima storia dove appare Botolo: "Dopo Mezzanotte", scritta da Tiziano Sclavi - a riprova che l'attenzione verso gli animali fa parte dei tratti caratteristici e identificativi di Dylan).

Da questi albi, si può già fare un bel discorso sui fumetti - come ha di suo fatto Marco Reggio.
Tu hai letto tutti gli albi, per toccare con mano le caratteristiche di queste storie e averne esperienza diretta. Perciò, un po' alla volta, pensi che ne scriverai anche tu, con un pensiero e un grazie a Marco Reggio. Un discorso che avevi già iniziato, per l'appunto, con la storia del Goblin, allora motivato dal fastidio che ti aveva procurato la sbrigativa dichiarazione di Roberto Recchioni, a proposito dell'animalismo di Dylan Dog, che lui giudica negativamente.



E torniamo ai nostri 'segni della fine'. Vero: la storia, di per sé, vede un Dylan Dog abbastanza annacquato, molto 'telefonato' in tutte le sue frasi, decisioni, azioni. Si sente la stanchezza del logorio pluriennale di una storia al mese, per la quale spesso si innesta il pilota automatico e si provvede a sostenere la trama con abbondanza di fan service e /o di spiegoni e/o di pensieri nel baloon, che illustrano quel che già si vede nel disegno, come neanche più capita in Tex.
La storia è un thriller senza infamia e senza lode, un poliziesco più che altro, con una tinta di sovrannaturale e - va detto - molte situazioni ironiche comunque gradevoli. Ma rimane una storia che si dimentica presto. 



Se non fosse per quelle poche pagine in cui Dylan, nel corso della sua indagine, entra in un edificio abbandonato, solo per scoprire con grande malessere, che si tratta di un mattatoio abbandonato, in disuso, pressoché fatiscente - ma ganci e ferraglia da macelleria sono comunque visibili al di sotto di sporcizia e ruggine (Reggio nota anche il 'sangue rappreso che ne tinge pavimento e pareti').
Detto che ti dispiace un po' che una simile sequenza finisca confusa nel mezzo di tavole di una storia non memorable - e quindi, un po' sprecata - pensi che non poteva non prendere il sopravvento sulla indagine condotta da Dylan - e concordi con Reggio. La violenza, la disperazione, l'orrore avvolgono e travolgono Dylan, che ha i brividi, se pensa agli orrori lì avvenuti - e che però continuano di sicuro in altri mattatoi, più grandi, più moderni, di quello abbandonato. 
Dylan, che sta indagando proprio nell'ambiente dei writers, scopre un murale che sembra una Guernica animalista (lo dicono sia Dylan D. che Marco R.). Si sottintende una sensibilità giovanile-anarchica presente nei writers, che coi loro dipinti spray vogliono criticare e attaccare le usanze della società massificata. 



Dai corridoi, per via di un sortilegio, si materializzano mucche-fantasma, i corpi segnati dalle ferite: muggiscono denunciando quasi l'oltraggio subito e pretendendo vendetta; galoppano , travolgono Dylan e spariscono. Senonché, Dylan viene risparmiato ("forse hanno capito che sono vegetariano...").
La sequenza, presa di per sé e ragionata, è assai drammatica, ha un certo suo pathos. 
Quasi, alla fine, una sequenza subliminale, ma notevole per gli elementi che rappresenta: dalle ferite, al senso di orrore, dai muggiti alla corsa sfrenata, dal vegetarismo come reazione di rifiuto alla violenza contro gli animali 'da carne', alla 'guerra contro gli animali' unilateralmente dichiarata, e con una sproporzione delle forze in campo che lascia increduli e indignati sempre.



La fuggevolezza è la cifra del fumetto: si legge, e poi lo si mette via. In questo caso, con questo albo, tanto più del solito. Tuttavia, la sequenza è abbastanza forte, e allo stesso tempo abbastanza breve da potersi imprimere nella mente del lettore. O almeno, questa è una grande speranza.






Post Scriptum:
mentre scrivevi il post, hai curiosato sulla rete, cercando approfondimenti sulla vicenda editoriale di Dylan Dog. Ti sembra una risorsa interesante, così riproponi qui sotto i link che hai aperto e letto. Basta che li selezionate e li aprite, per scoprire anche voi alcuni aspetti del mondo dei fumetti -  e delle persone che ci vivono.



http://barberist.blogspot.it/2014/12/il-dylan-di-gualdoni.html


https://www.facebook.com/Cravenroad7/posts/543422372391898


http://www.postcardcult.com/articolo.asp?id=5916&sezione=11


https://www.facebook.com/dylandogdiary.it/posts/479845478764866


http://www.cravenroad7.it/news/tag/giovanni-gualdoni/


http://comixarchive.blogspot.it/2016/03/gualdoni-quali-furono-i-motivi-dietro.html


 http://www.fumettodautore.com/magazine/off-topic/4566-a-lucca-2013-recchioni-ci-insulta-e-cerca-la-rissa-ma-finisce-solo-per-uccidere-lo-stile-bonelli


 http://comixarchive.blogspot.it/2017/02/roberto-recchioni-critiche-alla-bonelli.html


 http://www.giornalettismo.com/archives/1619591/dylan-dog-rivoluzione-roberto-recchioni


 http://www.comicsblog.it/post/297200/roberto-recchioni-vs-shockdom-lautore-romano-critica-noumeno-di-lucio-staiano





domenica 12 novembre 2017

Annebbiare...

 


la nebbia dietro
reticolati chiusi
dilatata

 
intorno ai prati
la nebbia intirizzita
fa ricomparsa


titille gocce
tra pieghe di vestiti
crepuscolari
( 12 novembre 2017


coda acquattata
due gatti diversi
davanti casa
 ( 12 novembre 2017




martedì 7 novembre 2017

Pedala!



Paolo Barbon non si risparmia, procede a testa bassa verso il suo obiettivo, con tenacia. Sembra un tipo tosto, il suo fisico è lungo lungo e Paolo ti appare a quasi a disagio quando sta dritto sulle gambe: due leve asciutte, che sembrano progettate e costruite per pedalare, invece che per star ferme così, su due piedi.





La bicicletta è la sua passione - anzi, forse qualcosa di più profondo e di diverso - e la bicicletta è diventata la sua finestra sugli animali non umani. Da ciclista 'in riposo' era vestito la prima volta che lo hai incontrato, a un presidio torinese di Nomattatoio - e forse proprio di ciclismo avete parlato, anche se avete scambiato poche parole.




Stai scoprendo un mondo di cui non sapevi proprio nulla! 
Gare, loghi e chilometri uniti per dire una cosa sola: basta con lo sfruttamento degli animali. Paolo infatti, con la mente e col cuore, è già tutto quanto in un altro posto: al termine della prossima gara ciclistica (di cui parlerai più a lungo fra qualche tempo: però c'è subito un link per scoprirla e proiettarsi con Paolo nel 2018).

Intanto, conosciamolo, Paolo: lui si racconta un po', a ruota libera (non vedevi l'ora di fare questo gioco di parole che non è mai venuto in mente a nessuno, in tutta la storia del ciclismo, pedalato e raccontato ;-) ).




"Come tutti i bambini ho imparato ad andare in bici da molto piccolo, e questo "gioco" non mi ha mai abbandonato.

In effetti ho sempre preso un po tutte le cose che ho fatto come un gioco, e vedevo che così facendo mi riuscivano meglio. Questo non vuole dire senza impegno e senza allenamento, ma in maniera non troppo ossessiva.
E così sono cresciuto e ho continuato ad andare in bici, alternando anche altri sport, primo fra tutti il calcio, nel ruolo di portiere.
La bici mi ha sempre dato però una sensazione di libertà. Non parlo delle gare, dove ci può essere, anzi c'è di sicuro in base al risultato, della soddisfazione, ma dove a mio parere non c'è di sicuro divertimento.
Io penso che chi dice che si è divertito a fare quella tal gara non dica la verità. In gara c'è fatica e concentrazione. Niente altro. Chi dice che la tal gara è passata in un bel posto e gli sono piaciuti i suoi paesaggi probabilmente non è andato li per correre ma per fare una scampagnata.


Ho partecipato a molte gare in mtb da ciclista agonista anche se non professionista, ma in nessuna - dico nessuna -  posso affermare, se voglio essere sincero, di essermi divertito. In tutte posso dire invece di avere faticato duramente, sia fisicamente sia soprattutto mentalmente, al massimo delle mie possibilità, conseguendo pochi risultati di rilievo atletico assoluto, ma molti a livello personale.






Sulla strada da Barcelona ad Amposta

Vedo la bici come un mezzo per appropriarmi della mia libertà: per affrancarmi dalla routine quotidiana e dalla prostituzione legale che considero il mondo del lavoro.
Arrivare alla tal destinazione, lontano da casa, dove solitamente ci si arriva solo in auto, in treno o con altri mezzi di traporto che non prevedono l'impegno fisico dell'uomo, rende quel giro una autentica avventura.  Si ritorna bambini, come quando le strade e le vie del quartiere vicino  (ma non troppo) al tuo, erano terre di confine, sconosciute, percorrerle ti faceva vivere un sogno, una avventura.
Arrivare in quel posto con la bici ti permette di vedere luoghi cose e persone che con la velocità e la distanza del mezzo "inumano" non vedresti mai.


 
Con gli anni la mia sensibilità nei confronti degli animali è sempre cresciuta, fino a che il tutto è sfociato nella mia "conversione" a un modo di vita vegano.
Ho sempre avuto (come penso chiunque) dentro di me l'empatia per gli animali non umani, e in linea di massima il senso di protezione nei confronti di chi è più debole.
Non mi piacciono molto le "etichette" e anche quella del vegano la trovo tutto sommato fuori luogo, in quanto non penso che sia necessario sottolineare di "non uccidere animali": dovrebbe essere la normalità, così come la normalità è il non uccidere gli esseri umani, il non violentare donne, bambini, il non rubare.



Ho pensato di coniugare le due sensazioni e di cercare di fare qualcosa per mezzo della mia bicicletta, in favore di quelle persone non umane, che amo definire i miei Fratelli Animali.
Già nel 2011 avevo ideato e preso parte in prima persona ad una pedalata da Torino a Roma contro il randagismo estivo.
Ho fatto poi tre tour ciclistici:



Il primo (e forse anche per questo indimenticabile) Bike for Pets 2012 è stato seguito dal  Basta Corrida Tour 2014, al quale ha fatto seguito il Basta Corrida Veg Tour 2016, con tantissimo seguito mediatico, manifestazioni di campo in ogni città raggiunta, e che è riuscito a donare, grazie ad una raccolta comune, più di 600 Kg di cibo per due protectora spagnole, e che è stato padre di una neonata associazione pro animali nella città di Amposta in Catalunya.
Nel 2013, 2014 e 2017 ho pedalato in solitaria da Torino ad Alès (Francia) per prendere parte alla grande manifestazione contro la corrida organizzata dal Crac Europe, che nella sua prima edizione ha avuto per due giorni consecutivi più di 5000 persone presenti a sfilare per le vie della città.




"da domani, cambio bici"

Tutte queste azioni hanno attirato l'attenzione sia delle persone che dei vari media, che hanno scritto articoli e scattato foto.
Tutto questo è stato reso possibile da due cose, che si fondono e si intrecciano in continuazione durante i miei viaggi:
Dai sentimenti che provo nei confronti degli animali, che mi hanno permesso di sopportare la fatica e le "privazioni" che viaggi del genere sottintendono. Se non avessi avuto una motivazione così forte, non avrei mai potuto percorrere tanti Km in totale autonomia
e sopportare una simile fatica;
Dal senso di avventura, che si alimenta a sua volta dei sentimenti nei confronti degli animali non umani.
"


sempre in giro! (qui, con Bruno Stivicevic)


domenica 5 novembre 2017

Vegan Meme - I'm Popeye the sailor man!



I'm Popeye the Sailor Man. 
I'm Popeye the Sailor Man. 
I'm strong to the finich, cause I eats me spinach. 
I'm Popeye the Sailor Man. [x2 Opening] 

I'm one tough Gazookus, which hates all Palookas. 
Wot ain't on the up and square. 
I biffs 'em and buffs 'em and always out roughs 'em and none of 'em gets nowhere. 

If anyone dares to risk my "Fisk", It's "Boff" an' it's "Wham" un'erstan'? 
So keep "Good Be-hav-or", That's your one life saver With Popeye the Sailor Man. 

He's Popeye the Sailor Man, 
He's Popeye the Sailor Man. 
He's strong to the finich, cause he eats his spinach. 
He's Popeye the Sailor Man






giovedì 2 novembre 2017

Laika, 60 anni fa

l'oblò è chiuso per sempre

Ancora a scrivere di Laika, dopo aver pensato a lei già una prima e poi una seconda volta.  Forse perché questo anno ricorre il sessantesimo anniversario della sua sventura. 
Non sono pochi, sessanta anni, per continuare a venire dimenticata. Nel ristretto orizzonte antropocentrato di un certo modo di raccontare i fatti storici, Laika continua a rimanere solo un mezzo, un oggetto o, al più: una cavia.  Invece, è stata il primo individuo terrestre a lasciare la superficie del pianeta natale anche se, forse, avrebbe preferito non farlo mai. 

Hai trovato riassunti tanti dettagli della sua dolorosa missione, questa volta ti sembra l'occasione giusta per ricordarli, mentre rimandi al link dove li hai letti. Particolari forse risaputi, ma che non è male ricordare alla memoria. 

Laika era docile e intelligente, superò tutti i test e perciò venne scelta per il lancio. Non era l'unica cagnetta coinvolta nell'esperimento, tuttavia.
Le piccole cagnoline sono state costrette a passare molte ore in una centrifuga. Inoltre, vennero 'abituate' a stare immobili a lungo in una capsula di soli 80 centimetri, che vennero via via ridotti. Un dettaglio che ti ha fatto girare la testa: si preferirono le femmine, poiché potevano fare pipì senza alzare la gamba...
E quasi certo, poi, che furono sottoposte ad alcuni interventi chirurgici invasivi, per essere preparate al lancio. 
 
Era previsto che Laika facesse un certo numero di orbite.  All'epoca, i sovietici non erano ancora in grado di far tornare in modo sicuro sulla Terra un mezzo spaziale: si sapeva già che Laika non sarebbe tornata. lei doveva solo dimostrare che è possibile vivere in assenza di gravità, oltre che diventare immagine di propaganda sovietica.  Laika doveva fare circa 8-10 giorni in orbita: morì dopo poche ore, poiché il veicolo non era sufficientemente schermato contro il calore dei raggi solari e si trasformò molto presto in un forno. Dopo 9 orbite e una manciata di ore, il cuore di Laika cedette, per il colpo di calore e la disidratazione estrema.

La versione ufficiale, mai smentita per decenni, fu che Laika venne eutanasizzata attraverso il cibo somministratole durante il volo, per impedire che soffrisse (una ipocrisia rivelatrice).
Invece, il suo corpo carbonizzato è stato recuperato il 14 aprile 1958, all'interno del satellite - sua bara - precipitato sulle Antille.

Laika è diventata - da allora - un'extraterrestre.

la biologa russa Adilya Kotovskaya, l'ultima persona che accarezzò Laika


Adilya Kotovskaya: "Le ho chiesto di perdonarci e ho pianto quando l'ho accarezzata per l'ultima volta"

martedì 31 ottobre 2017

bydło su zampe di gallina - post Baba Jaga (?)


"Carro con Bue", olio su tela - di Vincent Van Gogh


Halloween è la 'festa' che segna e segnala l'irruzione del 'magico' nel mondo reale.
Prendete questa affermazione così come è, in senso lato e nel significato più ampio possibile: perché ogni parola che la compone, potrebbe essere origine di discussioni - e di fatto, spesso lo è stato.

La festa
L'irruzione
Il magico
La realtà

Tuttavia, non è questo che ti preme, mentre scrivi questo post in attesa degli scherzetti degli oltrepassati.

Da tutt'altre ricerche e mentre ascoltavi Musorgskij - i suoi 'Quadri da un'esposizione' - hai fatto letteralmente un frontale con il quadro che potete ammirare qui sopra.
La tela è di Vincent Van Gogh, venne dipinta a Nuenen, piccola cittadina olandese, da un Van Gogh abbastanza diverso da quello che siamo abituati a conoscere - e infatti ci sembra irriconoscibile.
La tela stessa di per se stessa, ha una storia da raccontare, nella lunga vita degli oggetti, che spesso sopravanzano la durata biologica dei loro artefici.





Ritrae un bydło,  un enorme e pesantissimo carro di fattura polacca (bydło in polacco, in effetti, significa 'bestiame', parola-specchio di una realtà di sfruttamento tanto materiale quanto culturale di  ogni animale non umano e di moltissimi animali umani) - il carro stesso, per trasposizione di significato  - tu immagini - è uno strumento di sfruttamento, di oppressione fisica, di costrizione concreta, verso i buoi che lo trainano. O i bufali (il bufalo europeo ha dimorato a lungo nelle pianure centro-europee, per esempio dove oggi c'è la Polonia).

Pensare alla lettera di Rosa Luxemburg è stato tutt'uno: "Qualche tempo fa è arrivato un carro trainato da bufali anziché da cavalli. (...). Vengono dalla Romania, sono trofei di guerra... I soldati che conducono il carro raccontano quanto sia stato difficile farne bestie da soma, abituati com'erano alla libertà. Furono presi a bastonate in modo spaventoso (...) . Vengono sfruttati senza pietà, per trainare tutti i carichi possibili e assai presto si sfiancano. Qualche giorno fa arrivò dunque un carro pieno di sacchi, accatastati a una tale altezza che i bufali non riuscivano a varcare la soglia della porta carraia. Il soldato che li accompagnava, un tipo brutale, prese allora a batterli con il grosso manico della frusta (...). Gli animali infine si mossero, e superarono l'ostacolo, ma uno di loro sanguinava, guardava davanti a sé e aveva nel viso nero, negli occhi scuri e mansueti, un'espressione simile a quella di un bambino che abbia pianto a lungo (...) un bambino che è stato punito duramente e non sa per cosa né perché, non sa come sottrarsi al tormento e alla violenza bruta (...) Quanto erano lontani, quanto irraggiungibili e perduti i verdi pascoli, liberi e rigogliosi, della Romania! Quanto erano diversi, laggiù, lo splendore del sole, il soffio del vento, quanto era diverso il canto armonioso degli uccelli o il melodico richiamo dei pastori! E qui... questa città ignota e abominevole (...)".  (Bratislava).



Questo bufalo, questo bue, l'enorme carro che li tortura, come un marchingegno dall'altromondo, il mondo cupo degli umani, fanno parte dell'impasto sinfonico che rende i 'quadri da una esposizione' così streganti, cupi ma anche luminosi, terribili ma pure esaltanti.

La Soffitta delle Streghe












Se impasto è, se oltremondo oppure oltretomba è; se magia è; se stregheria è; allora, che il bydło si faccia crescere le zampe: le zampe di gallina, come la casa di Baba Jaga - due macchine ibride partorite dalla fantasia contadina - e smetta di tormentare bufali, buoi.



lunedì 30 ottobre 2017

NOmattatoio Puglia 1 - Ruvo di Puglia (BA)

Martedì 31 ottobre dalle ore 7:00 alle ore 9:00 - Via Alessandro Volta
Ruvo di Puglia



scrive Rossana Mianulli:
"Saremo davanti al mattatoio di Ruvo di Puglia.
La scelta di questo presidio, in provincia, è legata alla posizione del mattatoio, meno isolato dei soliti, vicino al quartiere dell'edilizia popolare e soprattutto nei pressi di un liceo scientifico.
Uno studente ci ha raccontato di aver più volte sentito le urla degli animali che si oppongono alla morte, i loro lamenti di dolore.
Lottiamo per una società che sia giusta per tutti gli esseri senzienti ed una società che istituzionalizza la morte non si può considerare tale. Finchè un solo animale sarà schiavizzato ed ucciso, non vi sarà giustizia vera.
Vi aspettiamo.
"




Martedì 31 ottobre dalle ore 7:00 alle ore 9:00 - 
Via Alessandro Volta
Ruvo di Puglia

domenica 29 ottobre 2017

La ballata del cacciatore mentre la Valsusa brucia

attaccato ai lampioni di Pinerolo


La Valsusa è in fiamme.  Una estate siccitosa  e ora gli incendi, stanno sfigurando interi versanti montani, stanno cancellando boschi, stanno sterminando migliaia di animali.
I soccorsi sono difficili. I volontari sono pochi. I mezzi sono insufficienti.
A quanto pare, solo una categoria di persone è presente, preparata, efficiente e dotata di mezzi: i cacciatori. Che si appostano a tendere imboscate agli animali terrorizzati e in fuga dalle fiamme.
Difficile immaginare un gesto che assomigli di più di questo a un tradimento, a un atto di guerra amorale e immorale, a una perversione. Su alcune pagine, cacciatori  - che per altro affermano di 'amare i loro cani' - dicono che questa notizia è falsa.
Però, le puoi mettere vicino la notizia che d'ora in avanti, quelli che vanno per boschi, dovrebbero andare per boschi vestiti con giubbotti catarinfrangenti, per evitare di farsi sparare. I cacciatori sparano alla prima foglia che si muove, sparano senza riflettere, e spesso gli esiti sono tragici per altri umani, come ciclisti, podisti, cercatori di funghi o semplici escursionisti e passeggiatori, ai quali il bosco e la campagna sono preclusi per più giorni alla settimana, cioè quando individui armati scorazzano senza freni e senza criterio un po' ovunque, liberi di sparare - anche pericolosi per se stessi.

Perciò, molto volentieri, per tirarla in secco e sottrarla al flusso che la nasconderebbe molto presto, peschi dal mare magnum del social facebukkiano questa immagine, che oscilla tra la bolla luterana e il tazebao rivoluzionario, incrocio tra i cartoni disegnati dei cantastorie e i compiti di bella scrittura fatti sui banchi di scuola: una ballata del cacciatore, che si ispira a questa notizia, circolata ovunque come un meme, la notizia sui cacciatori che sparano agli animali tra le fiamme.

Chissà, forse potresti decidere di proporre anche prossimi 'meme venatori'- in fondo, già questo lo è: e, per inciso, son già due mesi che il terrore balistico imperversa per boschi e campagne. 
Sulla caccia, hai già scritto. Quindi, non c'è ragione per smettere - a meno che non smetta anche la caccia... 

intanto, in Valsusa...

mercoledì 25 ottobre 2017

Foliage ottobrino




Quanti aspetti cromatici può avere un albero vivo - lo stesso albero - mentre vive il suo autunno! Lo si guarda con la luce, le sue differenti lunghezze...
In quanti modi può essere visto, e visitato, e vissuto, questo albero! 
Da passanti, visitatori, osservatori, abitatori - gli umani sono la minima parte. 

Questo lungo autunno, un mare di foglie nel quale ancora si stanno immergendo atmosfere e calori e colori dell'estate, come le acque di un delta che si impaluda nel mare e l'acqua è sia dolce che salata - questo lungo autunno ha questi mai visti foliaggi - non così avanti nelle settimane, non così addentro nella pianura pedemontana - che perdurano a lungo, entusiasmano giornate corte di luce sempre di più.




sabato 21 ottobre 2017

NOmattatoio torinese, due cani al presidio numero 10



NOmattatoio è ritornato a Torino.  Questa volta, al mattino presto, si parte col buio. Siamo in autunno avanzato. Ed è ancora quasi buio, davanti al macello, quando arrivano i primi due camion, in un furore produttivo da entrata in fabbrica; dopo di che, una lunga, squallida pausa fino a metà mattina, quando arriva un camion, strapieno di vitelli, ammassati uno addosso all'altro, e coperti dalla loro merda, sopra e sotto.



Provate a immaginare di venire svegliati nel cuore della notte, di essere spinti all'aperto, bastonati e pungolati: vi fanno salire su una pedana scivolosa e rumorosa, dentro uno spazio piccolissimo, chiuso, soffocante solo a vederlo. Se resistete, vi danno altre botte, bastonate, pungoli, strattoni. Salgono molti altri, oltre a voi. Poi, venite chiusi dentro e comincia a mancare l'aria, vi vengono i crampi alle zampe e ai piedi, avete male allo stomaco, avete fame, avete ancora più sete. Ma non finisce qui: sentite un gran fracasso: altri vostri compagni vengono spinti lungo una pedana ancor più ripida e alta della vostra, vi camminano, pesanti, sulla testa, al piano di sopra. Sono tantissimi anche loro.



Dopo un tempo infinito - e voi avete già dovuto per forza liberare l'intestino, la merda vostra e degli altri vi è finita sui piedi, sul corpo, fra poco vi finirà in testa quella dei vostri compagni al piano di sopra - tutto inizia a vibrare, c'è un nuovo rumore, un rombo, c'è puzza nuova di qualcosa che brucia. Poi, tutto si muove. Sarà un viaggio pieno di brividi, di scossoni, di perdite di equilibrio, vi farete male, scivolerete e vi ferirete. Alla fine, la vostra destinazione: il macello. State per scoprire che cosa vi aspetta, che cosa gli umani hanno progettato di farvi.



Ecco noi, pochi, pochissimi attivisti, li abbiamo colti nella parentesi unica di sosta, all'ingresso del camion dai cancelli del mattatoio, quando deve almeno un po' rallentare. L'unica volta in cui uno sguardo umano si posa su di loro con sollecitudine e li guarda negli occhi, per cogliere la loro spasmodica ansia di vivere, un desiderio, una voglia che non potranno mai avere esaudimento, né accoglienza.
Siete convinti che il camion acceleri, nello spiazzo davanti ai cancelli, infliggendo nuovi scossoni ai corpi stremati - che acceleri perché l'autista vi vede e non vi vuole, vorrebbe farvi sparire, vorrebbe investirvi, di sicuro vuole spaventarvi,  minacciarvi, di sicuro vi insulta e vi minaccia con le parole. Sono le parole intrise di violenza di chi percepisce di essere stato scoperto mentre compie un crimine, una ingiustizia, mentre agisce qualcosa di aberrante, mascherato da gesto normale, insignificante (guidare un veicolo, non guidiamo tutti, almeno una automobile?).



Pensi: se in due, in tre, (non numeri ipotetici, ma reali: ci siamo contati, quel mattino), provochiamo rabbia, diamo fastidio, suscitiamo apprensione, facciamo perdere la pazienza e portiamo a galla tutta la violenza che appesta i cervelli degli umani che agiscono dentro al mattatoio; se così pochi già siamo sufficienti a scatenare queste reazioni, se fossimo di più, se tutti quelli che dicono che sarebbero venuti, fossero venuti davvero; se quindi, fossimo stati in cinque, dieci, venti: quale scompiglio avremmo potuto causare? 

Torino, lo hai già scritto, è una piazza difficile: uno dei motivi è che il mattatoio dà su un viale periferico a scorrimento veloce, dove non ci sono semafori, né strisce pedonali. Un luogo di morte (il mattatoio), perfettamente inserito in un contesto di non vita, di inospitalità fatta di cemento, asfalto, rifiuti. Hai visto topi, tra le erbe incolte e dure; hai visto corvi e cornacchie. Sono animali che vivono di corsa, scansando finché riescono gli umani, che a loro hanno lasciato solo rifiuti, scarti, immondizia. Che sono pronti a infliggere la morte anche a loro; che mettono trappole, veleno.

grazie a loro, hai scoperto cose mai viste del mattatoio (che non si dica che non c'era nemmeno un cane!)


Torino, quindi, sembrerebbe necessitare di coraggio e partecipazione in misura maggiore - se non altro, maggiore di quella che si sta verificando. NOmattatoio è una campagna strutturata con criteri fatti per darle longevità e resilienza, per renderla di impatto: le uniche risorse per sopravvivere, nell'ambiente ostile del macello e delle aree che lo attorniano.

Davanti al macello, per dire "NOmattatoio" - anche in silenzio-  si va solo col proprio corpo, così come ci vanno - non per scelta, ma per obbligo di deportati - le vittime altranimali. Si va nudi e crudi - per così dire - a resistere - come provano a fare gli animali morituri, pur schiacciati dalla inimmaginabilmente enorme macchina zootecnica tuttatriturante. A resistere: a mostrare e mostrarsi mentre allo stesso tempo ci si sparisce, ci si trasforma in metafora e messaggero di chi ha un altro corpo ed è già morto mentre aggiungiamo la nostra voce, la nostra protesta, alla sua. 
Questa convinzione - di essere animali che mostrano solidarietà con altre vittime animali, che aggiungono il proprio 'non voglio morire!' al loro, che per ora è senza speranza - deve spingere chi partecipa a NOmattatoio. Non c'è spazio per le idiosincrasie. Non può esserci spazio: questa emergenza di morte, occupa già tutto lo spazio possibile. Ed è giusto che sia così, perché di altri spazi, nella società così come è strutturata, non ne ha. Al contrario: viene negata, distorta, caricaturizzata, deformata, derisa, nascosta, vituperata, strumentalizzata.



Ti ricordi che ne avevi parlato, all'inizio, con Rita Ciatti e Eloise Cotronei: 

"La campagna consiste in presidi mensili nei pressi o di fronte i mattatoi, da cui prende, per negazione, il nome.
Sin dall’inizio abbiamo stabilito modalità e regole di partecipazione ben precise al fine di rendere chiaro il contenuto e messaggio di queste iniziative; poiché Ognuno di noi sarà lì per dare un volto agli animali dimenticati e uccisi nell'invisibilità totale – saremo, in altre parole, corpi animali che lottano per difendere il diritto alla vita di altri animali - preferiamo che a testimoniare ci siano persone non sostenute da sigle di associazioni varie. Questo non vuol dire che non possano venire persone iscritte ad associazioni, ma semplicemente che non portino materiale (striscioni, cartelli, volantini, depliant informativi o altro) che possa far riferimento ad esse e che quindi per quel giorno si presentino come semplici attivisti e persone comuni.
Il messaggio che vorremmo mandare è che la questione animale non riguarda solo le associazioni cosiddette animaliste, ma la collettività tutta.
Allo stesso modo non vogliamo bandiere di partiti politici perché siamo contrari al sistema istituzionale che si tramanda il potere e siamo contro ogni genere di gerarchia, sfruttamento e discriminazione di individui senzienti."