lunedì 19 maggio 2014

Paludi e Squame da sfogliare - Intervista a Marco Colombo e Matteo Di Nicola

La copertina

NUOVO LIBRO “PALUDI E SQUAME: rettili e anfibi d’Italia”
Autori: Marco Colombo & Matteo Di Nicola
Caratteristiche: 28x28 cm, copertina rigida, 112 pagine
Costo: 25 euro (spese di spedizione escluse)
Per visualizzare un’anteprima online e ordinare consultare il sito.
Edito da Archivio Fotografico Italiano, realizzato con il contributo del Parco Locale di Interesse Sovracomunale Rile-Tenore-Olona e patrocinato dalla Societas Herpetologica Italica (SHI), questo libro nasce dalla passione per i rettili e gli anfibi e dal desiderio di far conoscere bellezza, importanza e varietà delle specie italiane, nonché la necessità di proteggerle.
Si tratta del primo libro di questo genere in Italia e mostra rane, rospi, tritoni, salamandre, testuggini, lucertole e serpenti nei loro ambienti naturali, in scatti ottenuti nel corso di molti anni di ricerche da parte degli autori.


 
RETTILI E ANFIBI SONO ANIMALI RITENUTI POCO ATTRAENTI, QUANDO NON ADDIRITTURA REPELLENTI. QUESTO PENSIERO HA IN QUALCHE MODO INFLUENZATO, POSITIVAMENTE O NEGATIVAMENTE, IL VOSTRO LAVORO? E COME?

I rettili e gli anfibi sono soggetti da sempre a falsi miti e pregiudizi, che portano a uccisioni ingiustificate e timori infondati. Si tratta di animali bellissimi, ecologicamente importanti, da rispettare: il nostro nuovo libro, “Paludi e squame: rettili e anfibi d’Italia”, realizzato col contributo del Parco Locale di Interesse Sovracomunale Rile-Tenore-Olona e col patrocinio della Societas Herpetologica Italica, nasce come omaggio fotografico alle specie che popolano la nostra penisola e le isole, dalle vette alpine alle scogliere. E’ un tentativo, il primo in Italia, un piccolo contributo, al fine di farli conoscere meglio e magari apprezzare anche dai non addetti ai lavori, senza troppi paroloni scientifici difficili: saranno le immagini a parlare e descrivere le squame dei ramarri, gli occhi delle vipere o l’ambiente di vita dei tritoni. Si tratta di una “fauna minore”, come viene spesso chiamata, ma meritevole di protezione, viste anche le numerose minacce a cui è soggetta e le specie molto rare, in vari casi endemiche, presenti sul nostro territorio.

VEDO CHE IN COPERTINA I NOMI DEGLI AUTORI SONO DUE. COME VI SIETE
CONOSCIUTI? COME AVETE LAVORATO INSIEME?

Abbiamo frequentato la stessa università, Scienze Naturali a Milano, e chiacchierando tra i corridoi della facoltà ci siamo accorti di condividere la medesima passione sia per la fotografia naturalistica sia per il tipo di soggetti. Sebbene amiamo conoscere ed immortalare ogni sorta di componente naturale, dalla flora alpina agli uccelli acquatici, un nostro debole è indubbiamente per l'erpetologia. La prima “uscita su campo” insieme fu all'inizio del 2009, quando ci recammo a fotografare alcune rane rosse in una zona umida della Brianza. Da allora iniziammo a fare molte uscite insieme, scandagliando ogni angolo di Italia alla ricerca di “striscianti” e di tutto quello che rientra nella categoria “fauna selvatica italiana”. Oltre alle spedizioni fotografiche, collaboriamo non di rado nella realizzazione di conferenze, mostre fotografiche nonché interventi di educazione ambientale e corsi di fotografia naturalistica.

QUANTO TEMPO E' OCCORSO PER RAGGIUNGERE GLI SCATTI VALIDI DA PUBBLICARE? CHE TIPO DI TECNICA E DI APPROCCIO AGLI ANIMALI E' STATO USATO? QUANTO E COME PUO' INFLUENZARE IL COMPORTAMENTO DELL'INDIVIDUO ANIMALE OSSERVATO, LA PRESENZA DEL FOTOGRAFO E DELLE SUE ATTREZZATURE?

Fotografiamo in natura da diversi anni, in tutti gli ambiti: dai cavallucci marini al lupo, siamo interessati a qualunque animale, pianta o habitat nostrano. Negli ultimi anni ci siamo concentrati sui rettili e gli anfibi per portare a termine questo progetto, per farli conoscere meglio e sensibilizzare sull’argomento; sono animali poco considerati, anche dalla maggior parte dei fotografi naturalisti stessi. Possiamo dire comunque che gli scatti inclusi nel libro sono stati tutti realizzati nel periodo 2009-2014. Fotografare i rettili e gli anfibi non è sempre semplice, si fanno anche uscite a vuoto perché esistono molti fattori che influenzano in maniera positiva o negativa il comportamento dei soggetti: pendenza, esposizione geografica, vegetazione, meteo, stagione, stato fisiologico dell’individuo e molto altro fanno la differenza tra il trovare un certo serpente o una certa rana nel momento in cui si cerca.

LE VOSTRE FOTO SONO QUASI MAGICHE, PER LE SENSAZIONI DI BELLEZZA E MERAVIGLIA NATURALE, IGNORATA ANCHE SE TUTTA INTORNO A NOI, CHE RIESCONO A COMUNICARE. COSA PENSATE DEL LAVORO DI FOTOGRAFI CHE - AL CONTRARIO – DOCUMENTANO MALTRATTAMENTI E SOFFERENZE DEGLI ANIMALI?

La fotografia è uno strumento dalle potenzialità formidabili: ha la capacità di trasmettere emozioni oltre che informazioni. E lo fa in un istante. Noi sfruttiamo la fotografia per mostrare ai “non addetti ai lavori” quanto certe specie meritino maggiore considerazione per via del loro fascino e della loro bellezza. Allo stesso modo penso che sia fondamentale rendere noto alle persone quali siano le crudeltà che tali animali, indifesi nei confronti dell'uomo, subiscano da quest'ultimo. I maltrattamenti sono una piaga troppo spesso diffusa, sia a fini di lucro che per pura ignoranza. Mostrare immagini di tali pratiche è anch'esso un modo di trasmettere emozioni, utili, si spera, a far sì che certi eventi si ripetano il meno possibile.

Foto di  Marco Colombo

Foto di Matteo Di Nicola

mercoledì 7 maggio 2014

Annamaria Manzoni per il Giardino di Quark - 29 maggio a Gattinara (Vc)

"Tra Cuccioli ci si intende"


Con piacere scrivo questo post che è di fatto un annuncio.


la locandina della serata



Jeffrey Moussaieff Massoon - racconta nel libro Annamaria Manzoni - scrive che accolsero un topolino in casa propria. Il loro bambino rimase incantato da questo "gradito ospite e inusuale amico [rimanendo] colpito da quanto fossero graziose le sue unghiette".
Massoon - e Manzoni con lui; e noi con lei - "non può fare a meno di notare come, a fronte dell'abitudine dei bambini di riscontrare analogie, gli adulti si concentrino invece sulle differenze [...] davanti allo stesso animale". 

Annamaria Manzoni da molto tempo si occupa dei nodi delicati e fragili che costituiscono la questione della relazione tra altranimali e bambini umani.
La questione viene focalizzata nel pamphlet che Annamaria ha pubblicato per Graphe.it, dal titolo "Tra Cuccioli ci si intende - bambini e animali", e di cui abbiamo chiacchierato in questo post.

Il Giardino di Quark, è il rifugio per cani e gatti, che con gli anni è andato configurandosi come 'Cuccia serena, casa di ospitalità e sostegno' per la terza età animale. 
Qui è anche il luogo dove ho avuto la fortuna di fare le prime esperienze di volontariato sul campo, a contatto con animali bisognosi. Perché fortuna? Sarebbe un discorso lungo e articolatissimo. In breve: perché qui, prima (e a volte anche meglio) che in altri posti e in altri contesti, ho conosciuto e imparato cose come i 'segnali di calma', la zooantropologia, il Tellington T-Touch, la Comunicazione Animale, l'uso dei Fiori di Bach e della omeopatia. Per non parlare di tantissime buone pratiche di cura, rispetto, sostegno e accompagnamento per animali - cani, più spesso - anziani, invalidi o malati (buone pratiche fatte di tanti accorgimenti quotidiani, da economia domestica del(la) bravo/a massaio/a, che rendono la vita più facile per l'umano e gli altranimali che vivono insieme e dunque condividono spazi, tempi, abitudini). Per non parlare di persone speciali, sensibili e preparate, in tutto lo spettro della cosiddetta 'questione animale'; o di eventi speciali come il raduno degli ANimali DIsabili a Lucca.

La serata di giovedì 29 maggio, alle ore 21, è quindi una occasione per entrare in contatto con questi modi davvero speciali e belli di vivere, pensare e ripensare, e realizzare nuove possibilità di relazionarsi con gli altri animali; per scoprire un po' di autentica e davvero nuova 'cultura animale'.

LE SERATE DE 'IL GIARDINO DI QUARK'
GIOVEDì 29 MAGGIO - ORE 21
c/o Associazione Culturale “Cardinal Mercurino”
Via Cardinal Mercurino 14 - Gattinara (Vc)

Annamaria Manzoni
Tra Cuccioli ci si intende - bambini e animali

per informazioni scrivere email a:
eventi@ilgiardinodiquark.it





Vale più una immagine (8) - Prigioni disinnescate

"
Quadro di Hartmut Kiewert

Hartmut Kiewert è come un bambino che realizza le sue fantasie. Lui, infatti, gioca a quel gioco di libere associazioni della fantasia e dei sogni, capovolge e per fortuna stravolge e azzera tutte le regole mortifere, necrofile, della nostra società, ne distrugge i mezzi e i simboli e insieme a questi distrugge tutti i meccanismi oppressivi. Gli animali, di nuovo liberi, pacificamente vittoriosi, trionfano godendosi la loro presenza mentale e vitale tra boschi, prati,  senza più la paura dell'UOMO.
I vari luoghi vegetali vengono restituiti a loro stessi e sottratti alla morsa umana - della quale restano le rovine, le rovinose e rovinatrici macchine imprigionanti e uccisorie (in una estasi quasi ballardiana di gusto per la distruzione meccanica - percepita come uno scandaloso e osceno vilipendio nella nostra società). Sono - le macchine inerti e disinnescate, che siano autoarticolati del macello, o capannoni di allevamenti -  come vestigia di una civiltà scomparsa e incomprensibile nella sua determinata-meccanica azione onnivora-biovora - un Terminator-Leviatano.

"Facciamo che il camion che imprigiona i maiali che piangono perde l'equilibrio, esce di strada, va a sbattere contro un albero e non riparte più"
"Sì... però l'albero non si fa niente, solo il camion"
"Sì... e il camion si guida da solo, e perde l'equilibrio perché i maiali dietro piangono e lo distraggono"
"Sì, ma lui è cattivo, vuole correre lo stesso, ma finisce contro l'albero"
"Sì... e ... e allora tutte le porte del di dietro del camion si rompono, e i maiali escono tutti liberi e felici"
"Sì.... e si mettono a mangiare felici l'erba e le bacche del bosco sotto gli alberi"

I bambini sono capaci di vivere e mettere in scena le loro emozioni, coi giochi immaginativi. L'immaginazione è la loro azione - e per gli artisti è un po' la stessa cosa.
Allora penso al Kiewert emozionato come un bambino, fino alle lacrime e alla rabbia per la consapevolezza e la vista di Animali imprigionati e uccisi a migliaia, per di più con modalità che dissimulano la violenza, e nascondono l'Animale. 
Penso alla sua emozione che lo fa ribellare e gli fa realizzare le sue opere: atti di smascheramento, atti di liberazione immaginata, voluta, sperata, resa già reale e anticipata in un qui-e-ora che per il momento è ancora solo immagine artistica, ma che è già pronta a diventare condizione reale per la situazione di tutti gli individui animali, che già si ribellano e che sapranno cogliere la via di fuga e di vita e di libertà, così come ora colgono ogni micro-risorsa di resistenza allo schiacciamento dei loro corpi - fosse anche il suicidio, o la pazzia (ma è un tema su cui tornare, merita tutta l'attenzione). 
E allora, è un po' una cosa alla Sartre: l'emozione offre la via di fuga dell'immaginazione di una realtà nuova e diversa, e più bella secondo me: gli altri individui animali liberi e vivi. 
Ed è anche un po' una cosa alla Tolkien, con la sua 'fuga del prigioniero', cioè la fuga doverosa da una realtà che è inaccettabile e che deve venire rigettata e poi combattuta, per trasformarla, cambiarla, ricrearla.

Vale più una immagine (7) - Ombre

Foto di Britta Jaschinski

Le foto di Britta Jaschinski vanno a guardare gli animali che (a volte ci) guardano. Ma non solo.
Non solo ci guardano. Non solo gli Altrianimali vengono guardati, ma anche gli oggetti che gli umani inventano/escogitano/fabbricano/usano (o non usano più, o smettono di usare, o usano ancora troppe volte), quando con gli Altrianimali hanno a che fare. Ma va a fotografare anche gli umani stessi, in particolare quei certi umani che hanno fatto della loro vita una continua condizione di persecuzione e sfruttamento verso gli Altrianimali. Come ci appaiono questi umani? Di loro, nelle foto, vediamo solo pezzi, le parti di loro che agiscono sugli/contro gli Animali (le braccia, le mani, le gambe); la faccia, se si vede, ha poco di riconoscibile, nel senso di qualcosa che si vorrebbe riconoscere. Mi sembra un umano-altro-da-sé nel più deleterio dei modi, un umano che allo stesso tempo esplica tutto se stesso nelle azioni del dominio - cosa che di fatto per millenni ha saputo e voluto fare. Infatti, anche gli oggetti (le gabbie, le catene) 'vuote', sono come dei 'pezzi', dei prolungamenti, delle protesi di questi umani-dominatori, che usano questi oggetti per porsi ancor più separati dagli Animali, che pure toccano, con cui pure vengono in contatto - ma solo per renderli oggetti da sfruttare, spezzare. 
Le foto degli zoo sono una specie di terribile summa e sintesi di come l'umano ha concepito il rapporto con gli altranimali: ci sono gli Animali, coi loro sguardi a cui è stata sottratta a forza la luce della libertà; coi loro corpi, ai quali è stato tolta con la violenza, la possibilità di autodeterminazione e autonomia di espressione; poi ci sono alcuni umani, che a volte sono gli spettatori-clienti paganti-complici dei soggiogatori con cui condividono la specie di appartenenza  - e di loro non si vedono sguardi o espressioni, anche quando gli occhi sono visibili: è un vedere-senza-vedere, anche il loro sguardo si è spento, è del tutto introiettato sulla loro condizione di umano-sopra-la-bestia. Gli animali, girano in tondo, sbadigliano, proiettano le loro ombre; le ombre, che mi richiamano l'idea di Giordano Bruno delle ombre come la manifestazone doppia del reale, che continuamente (in)seguono, venendone anche deformate o confuse. Vien da pensare che gli animali diventano ombre - che allora è un altro modo di dire 'referente assente' - deformati e resi altra-cosa dalla continua azione della realtà artificiale escogitata dagli umani per rendereli di fatto oggetti immobili. Tuttavia, pur inscatolati dietro lastre di vetro e sempre visibili a chi passa davanti e li fotografa con il telefonino (aggiungendo, se ce ne fosse bisogno, un ulteriore filtro che si frappone come barriera), questi animali 'protestano', rifiutandosi di lasciarsi vedere in modo passivo, ma guardano con occhi di richiesta, esibiscono la loro noia, la loro frustrazione. 
Che cosa dovrebbero-potrebbero cogliere gli umani che li fotografano senza davvero vederli? Per loro, lo scatto col cellulare non è una foto a un Individuo Animale, ma il segno del loro essere (casualmente) passati lì davanti, un tag per appuntare un ricordo che svanisce nell'istante stesso dello scatto, perché non ha profondità, né pazienza, né riflessione, né rispetto. 
Meno male allora che loro stessi diventano 'oggetto', nelle foto dell'artista: di loro si vede il gesto - per me - detestabile di chi si fa agire dai suoi stessi oggetti (il cellulare, ma anche le gabbie, le pareti dello zoo tutto intero) e non capisce che una tigre annoiata dietro un vetro, NON è una tigre, ma un prigioniero spezzato.
Infine, mi accorgo che anche gli scatti fatti agli Animali liberi, sono riprese a esseri viventi che sfuggono, che diventano - di nuovo - ombre, o magari frame sfocati o sgranati. E come se - con la tecnica - ci mettessimo sempre nelle condizioni di non 'vedere' mai davvero l'Animale che ci sta di fronte, la cui individualità ci rimarrà sempre in ombra - cosa che purtroppo a molti continuerà a far paura (purtroppo, per gli Animali).

lunedì 5 maggio 2014

RICCARDO: LUI HA FATTO PROPRIO COME I DELFINI

Fotocomposit di Alessandro Fugazzi, da una foto @Riccardo Palumbo e una immagine fonte Internet



di Francesca Fugazzi

Ho fatto una bella chiacchierata con Riccardo Palumbo. E’ un caro amico e voglio parlarvi di lui perché ha un modo insolito di fare attivismo. Prende le cose alla larga, con delicatezza ed originalità. Ha stabilito nel 2011 il record di più lunga permanenza in acqua da fermo, il Biorecord, e l’obiettivo di questo primato era quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla vita dei pesci, dei mammiferi marini e di tutti gli animali acquatici in cattività. E’ arrivata la volta del ProWater, un altro record di galleggiamento in acqua, la cui missione è stata quella di porre attenzione sull’importanza fondamentale della preziosa risorsa. Oggi Riccardo, primastista mondiale, è reporter per Extreme Water Tv e si occupa di educazione ed istruzione in ambienti acquatici.

Ci parli del tuo primo record?
Il Biorecord, che consisteva nello stare nelle acque del lago di Monate (vicino a Varese) per quarantotto ore in uno spazio chiuso e con limitate possibilità di movimento, voleva mostrare come un animale marino viva in cattività. In acqua avevo uno spazio di soli dieci metri quadrati. Il paradosso era ovviamente quello per cui, pur avendo un intero lago a disposizione, non ne godevo. Volevo dare una testimonianza concreta dell’assurdità della libertà violata.

Cosa hai vissuto in quei momenti?
La situazione era completamente distorta. Questa volta era l’uomo, a terra, ad osservare un altro uomo, in acqua, che si trovava appunto nella condizione di un animale in cattività. L’esperienza, anche se bellissima per il sostegno da parte della gente, mi ha fatto sentire davvero come se mi esibissi in un delfinario. Sono diventato una sorta di oggetto. Alla lunga, quando la stanchezza cominciava a farsi sentire e si andava verso il record, sempre più persone venivano a vedermi e a pormi molte domande, che, poi, erano sempre le stesse: “fammi vedere le mani e i piedi”, “come fai a mangiare e a bere?”, “chi te lo fa fare?”. Ripetevo uno spettacolo, esattamente come accade nei delfinari. Era assolutamente stancante e frustrante, ancor più dell’attività stessa. Vivevo stressato. E la stessa cosa è avvenuta anche per il secondo record, in cui sono rimasto in acqua per cinquanta ore. Pensare di stare lì per sempre è atroce, si può davvero diventare pazzi.

Com’è nata l’idea del Biorecord come manifesto in difesa degli animali in cattività?
Desideravo comunicare qualcosa di importante alle persone ma non sapevo come. Quando avevo deciso di stabilire il primo record ho cominciato ad allenarmi tante ore in piscina, dodici ore al giorno in acqua. Una cosa frustrante: una cosa da...acquario! Mi sono sentito come se un delfino mi avesse detto: “ecco, ora capisci cosa significa?”. Lì ho avuto un’intuizione e ho deciso di stabilire il record non più in una piscina ma in acque libere recintate in modo da tentare di rendere evidente la scelleratezza delle azioni umane.

Pensi che il messaggio sia arrivato alle persone che hanno assistito al record?
Il Biorecord è nato per questo e nessuno, almeno non intorno a Varese, aveva mai ricevuto questo messaggio con un linguaggio diverso. Devo riconoscere che la gente non si mostra molto interessata ai discorsi complessi e profondi, in genere rimane sulla superficie, sia dell’acqua sia delle cose. Io non potevo urlare, il messaggio era più sottile ed era rivolto a tutti coloro che avevano già un certo tipo di sensibilità. Mi sono rivolto anche ai bambini promuovendo anche, in concomitanza, la campagna “Let me free” con magliette e gadget sui quali c’era l’immagine di un delfino che ritornava ad essere libero.

Qual è la nostra responsabilità davanti a queste ingiustizie?
Tutti dovrebbero riflettere, almeno tutti coloro che sono andati in un delfinario o in un acquario. Da piccolo sono andato a vedere alcuni spettacoli e non mi accorgevo di nulla, non pensavo che i delfini potessero soffrire così tanto. Quando ho realizzato è stato durissimo e col senno di poi mi sono sentito in colpa. L’informazione è fondamentale: sapere l’inferno che passa un delfino per arrivare in quei luoghi è di fondamentale importanza. Bisogna quindi informare. Se tutti sapessero, l’affluenza ai delfinari crollerebbe. Nel momento in cui viene prelevato dal suo stato selvaggio, un animale subisce il percorso più terribile, viene privato di tutte le sue qualità e spezzato per sempre nello spirito. Non c’è da stupirsi dei casi in cui un’orca attacca l’addestratore perché è assolutamente evidente che un’orca non possa vivere in quegli spazi angusti.

E cosa è successo dopo che hai aperto gli occhi?
Ho assolutamente voluto fare quanto segue. Mi sono recato in un delfinario e ho chiesto, come persona del pubblico, di poter interagire con i delfini. Ho finto questo desiderio per potermi avvicinare a loro. Quando mi sono trovato vicino ad un delfino tanto da poterlo toccare gli ho chiesto scusa perché avevo abusato della loro bontà e che da quel momento mi sentivo pronto a fare il Biorecord per loro. I delfini sono molto empatici e telepatici e spero che il delfino a cui ho chiesto scusa mi abbia ascoltato. E’ stato un momento forte. La differenza fondamentale tra ciò che ho fatto nel record e la vita degli animali in cattività è che io ho scelto di stare dove stavo: un animale non lo sceglie. Dobbiamo metterci nei panni degli animali che vengono presi a forza e sostanzialmente gettati in una vasca da bagno visto che gli spazi in cui essi vivono allo stato brado sono vastissimi anche rispetto alla più grande vasca di un delfinario.

Cosa vuoi dire ai genitori che portano i propri figli nei delfinari e negli acquari?
Quello che voi fate è di far divertire vostro figlio senza informarvi e senza renderlo consapevole. Non vi chiedete perché il delfino stia lì, non vi chiedete se anche voi siete disposti a ripetere ossessivamente e fino alla fine dei vostri giorni esercizi sempre uguali dopo essere stati strappati da un oceano che fino a poco prima vi dava vita e famiglia. Cercate di informarvi ed informare il vostro bambino in modo che capisca fin da subito quanto accade. Andate a guardare i delfini in libertà, è molto più emozionante godere di quei pochi secondi in cui loro decidono di mostrarsi ai vostri occhi.

Intervista a cura di Francesca Fugazzi

Per chi desiderasse mettersi in contatto con Riccardo - primatista mondiale di permanenza in acqua in galleggiamento - per attività educative o sportive sempre in un’ottica di rispetto della natura, lui è presente su Facebook in questo profilo  o su Twitter @riccardoH2O

Per chi volesse approfondire la tragica situazione dei delfinari e fare qualcosa in merito può informarsi leggendo

Non c'è niente, da fare, ogni volta che leggo un articolo scritto da Francesca, mi emoziono, e inizio a sognare a occhi aperti, perché le verità che dice - e il come le dice - rendono tutto così apparentemente facile da raggiungere, che l'entusiasmo e la voglia di farle sapere in giro, a quante più persone possibile, a tutti, è davvero tanta. Perciò, ecco che ho colto al volo l'occasione di postare un'altra stupenda intervista  fatta da Francesca a un personaggio eccezionale, che ha detto cose che non possono lasciare indifferenti (le sottolineature sono mie). Grazie Francesca. Grazie Riccardo.

domenica 4 maggio 2014

Cavalli, specchio dell'anima




di Francesca Fugazzi

La mia intervista all'amico Giovanni Alberini. Giovanni vive con molti cavalli, tutti salvati da situazioni critiche o dalla morte. Ho avuto la fortuna di conoscerli uno per uno ed è stato molto bello sapere che si prende cura di loro in modo davvero speciale. Ecco la sua idea del rapporto fra cavallo e uomo, rivolta in particolare a chi fa equitazione. Il sogno di chi scrive è che ogni cavallo debba vivere allo stato brado, ma dobbiamo ancora occuparci di quei cavalli che, una volta tratti in salvo o di proprietà di sportivi, devono essere necessariamente gestiti dall'uomo. Buona lettura.

CAVALLI, SPECCHIO DELL’ANIMA

Milan Kundera ne L’insostenibile leggerezza dell’essere, a proposito della natura della bontà umana scrive: “La vera bontà dell’uomo si può manifestare in tutta purezza e libertà solo nei confronti di chi non rappresenta alcuna forza. Il vero esame morale dell’umanità è il suo rapporto con coloro che sono alla sua mercé: gli animali (...)”. Quindi è il nostro modo di trattare gli esseri più deboli, quelli che non hanno alcun potere, che ci distingue come persone. In questo senso gli animali possono essere considerati lo specchio del nostro animo. Lo sa bene Giovanni Alberini, per 25 anni manager in grandi multinazionali che, proprio grazie all’incontro con un cavallo, ha cambiato la sua vita. Oggi Giovanni, dopo essersi formato anche presso la famosa scuola americana di Monty Roberts, gestisce una scuderia “a misura di cavallo” vicino al Lago di Garda, dove offre corsi di coaching e leadership per manager ma non solo. Lo ha incontrato per noi Francesca Fugazzi, al termine di una conferenza tenutasi a Mendrisio lo scorso giugno. Se vi chiedessimo di immaginare un cavallo e di dirci qual è la prima parola che vi viene in mente, cosa direste? Sicuramente alcuni di voi avranno pensato “libertà”. Eppure ben pochi cavalli vivono in simili condizioni. ATRA da diversi anni segue e sostiene il progetto dei cavalli del Bisbino i quali, dopo un lungo iter burocratico, oggi hanno la fortuna e la sicurezza di vivere allo stato brado in branco, sotto la tutela di un gruppo di associazioni. L’eccezione che conferma la regola, regola secondo cui la maggior parte dei cavalli viene addestrata, domata e tenuta in condizioni totalmente innaturali. Senza parlare dei cavalli che vengono allevati per scopi alimentari e che, insieme ai loro compagni ex-corridori o ex-saltatori, finiscono al macello odi quelli ancora più sfortunati che diventano vittime di crudeli torture nei laboratori, in nome di una falsa scienza. Ascoltare anziché addestrare, osservare anziché imporre, imparare anziché insegnare: ecco in poche parole la filosofia “cruelty-free” di Giovanni Alberini su come far accettare ai cavalli la loro prima sella e il loro primo cavaliere.

A lui non piace la parola “domare”, perché?
“L’espressione in inglese che corrisponde al significato di domare è “break a horse”, letteralmente “rompere un cavallo”. Anche la parola addestrare non significa altro che rendere destro, un po’ come se forzassimo a scrivere con la mano destra un bambino che invece naturalmente è mancino. Per farvi un esempio, il metodo di “doma” classico, detto anche “sacking out” è questo: si lascia il cavallo in un recinto rotondo sotto il sole, senza acqua né cibo. Dopodiché, si entra nel recinto e gli si lanciano tra le gambe delle borse di plastica per spaventarlo e si continua finché non è sfinito. A quel punto si prova a mettergli la sella. Se il cavallo non accetta la sella, si ricomincia daccapo finché il cavallo non si arrende. Questo significa semplicemente spezzare nello spirito l’animale. Questo procedimento, oltre ad essere profondamente malvagio, è pericoloso ed inefficiente dato che richiede fino a tre settimane”.

Come è possibile allora far accettare la prima sella?
“Con il cavallo si comunica e perché vi sia comunicazione dobbiamo essere in grado di comprendere il linguaggio del cavallo e di restituirglielo. Il cavallo ha un modo di comunicare e di stabilire la leadership diverso dal nostro ed è per questo che innanzitutto dobbiamo imparare e per imparare sono necessarie osservazione e ascolto. Io entro in relazione con il cavallo facendomi accettare come parte del branco. Quando un puledro a cui viene chiesto di accettare la sua prima sella incontra un essere umano che gli parla nella sua lingua, dapprima rimane sbalordito che un predatore si possa rivolgere a lui in questa maniera ma poi, quando decide di fidarsi, la sua collaborazione è completa. Una volta costituito questo branco di due, cavallo e addestratore, è possibile chiedere (non ordinare) al cavallo di lavorare insieme. Un cavallo non si aspetta altro che rispetto ed onestà in cambio della sua completa dedizione”.

Alcuni pensano che i cavalli quando picchiati non provino dolore...
“I cavalli, per loro natura, vivono nel terrore costante. Questo perché sono prede e la loro maggiore occupazione consiste nel garantirsi la sopravvivenza. Spesso si sente dire “picchia duro, tanto il cavallo non sente”. Non funziona proprio così. Il cavallo sente, è estremamente sensibile tanto da sentire una mosca su tutto il suo mantello, ma, per un meccanismo di sopravvivenza, tende a non manifestare la sua sofferenza. Facciamo un esempio: vi è un branco di cavalli di cui uno è zoppo. Nelle vicinanze vi è una lupa. Se, quando il branco scappa, il cavallo zoppo resterà indietro, la lupa intuirà immediatamente che lui è il membro debole del gruppo e lo attaccherà. Accade invece che il cavallo sembri non sentire dolore: è entrata in gioco l’adrenalina che permette al cavallo di mascherare il dolore per sembrare sano. Questo meccanismo viene parimenti traslato tutte le volte in cui un cavallo viene picchiato. Il cavallo non mostrerà mai debolezza davanti ad un predatore e noi saremo convinti che lui, non reagendo, non riceverà danno da ciò che gli stiamo infliggendo”.








Un cavallo salvato - foto di Francesca Fugazzi

Per Alberini quindi non siamo noi a dover insegnare qualcosa ai cavalli ma sono loro a poter insegnare qualcosa a noi, e molto. Ci mostra anche come sia possibile, e con maggior efficacia, stabilire un rapporto con il cavallo basato sulla fiducia reciproca e non sulla violenza.

“Mi capita spesso di dovere chiarire il mio concetto di violenza. È facile visualizzare un comportamento violento quando si pensa ad una frusta, ad un torcinaso, a delle corde o peggio. Questa per me è la violenza semplice: quella esercitata dall’ignorante che non riesce neppure ad immaginare un metodo diverso dalla forza per poter comunicare con il cavallo o qualsiasi altro essere. Vi è però anche un altro tipo di violenza, più psicologica: la mancanza di rispetto verso la natura stessa di chi è diverso da noi. Anche questa nasce dall’ignoranza ma ha forme che possono essere nascoste da manifestazioni di grande amore. Quanti cavalli sono trattati tanto bene da sembrare “cagnolini”? Apparentemente la loro situazione dovrebbe essere idilliaca. E allora perché si comportano a volte in maniera aggressiva? Proprio perché non sono trattati da cavalli. Il solo fatto di restringere lo spazio vitale è per il cavallo una violenza, impedire il contatto con altri simili, per paura di infortuni, è una violenza incredibile verso un essere che ha potuto sopravvivere per 55 milioni di anni proprio perché riunito in branchi. Con questo non voglio condannare la vita di scuderia, solo togliere l’illusione che basti coccolare un cavallo alla maniera umana per non essere violenti nei suoi confronti. Non accettare la sua diversità è violenza: i cavalli provano le nostre stesse emozioni ma le esprimono e le comunicano in maniera diversa da noi. Chiedere ad un cavallo di essere umano è violento. Chiedergli di dare tutto se stesso per il nostro divertimento senza mai chiedersi se lui si stia divertendo davvero è violento. Chiedergli di ottenere risultati sportivi che non può raggiungere è violento. La mancanza di rispetto è violenza”.


Giovanni Alberini - foto di Francesca Fugazzi









Intervista comparsa su Orizzonti (settembre 2013), trimestrale di ATRA (Associazione per l'abolizione della vivisezione)

venerdì 2 maggio 2014

Tre minuti per raccontare una veglia

Ad Alzate di Momo (No), 27 aprile 2014  - la veglia nel secondo anniversario dlela liberaziione di Green Hill

C'è un video-collage di foto, qui sotto (colonna sonora, un brano del pianista compositore Ludovico Einaudi).. Per non sottrargli attenzione, aggiungo poche, pochissime frasi. Telegrafiche.

La scenografia coi lumini è una veglia, una commemorazione, creerà di sicuro un cortocircuito di deja vu in chi la osserva: rimandi a situazioni, occasioni, eventi simili - che comunque in vari svariati modi hanno a che fare con la dipartita. Non solo in Italia (in Messico, per esempio?).

Soprattutto: in questa occasione, per la sua particolarissima modalità, c'erano umani, ma c'erano anche cani - cioè altriAnimali - presenti alla veglia.
Controcanto: gli Animali NON sono passivi, ma resistono, si ribellano, lottano, scappano, evadono, latitano, chideono aiuto, escogitano piani per resistere e per fuggire. Che questo non  si veda - poiché la loro unica arma è il loro stesso corpo, opposto all'immensa e diffusa macchina disgregatrice che li vuole solo annientati - è tutt'altra questione. Conto di tornarci su.



Grazie Deb
"Illuminiamo la vivisezione con Animal Amnesty - 27/04/2014 - secondo anniversario della liberazione di Green Hill - Alzate di Momo (Novara) - allevamento di cavie Bettinardi